Domicile conjugal (parte 1/2)

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Presentazione della rubrica Through the (rear) window. Cinema & Società


FIGURE FEMMINILI FORTI, CHE METTONO IN DISCUSSIONE IL MATRIMONIO E I FONDAMENTI STESSI DI UNA SOCIETÀ ANTIQUATA. ECCO COME IL TEATRO E IL CINEMA NORDICI DIVENTANO TESTIMONI DI UNA COMUNITÀ PROIETTATA VERSO IL FUTURO.


“Se mi fossi permessa di avere meno rimorsi, avrei saputo molto più chiaramente che tutto ciò che dicevamo e facevamo era sbagliato”
, dice Marianne all’oramai ex marito Johan nel quinto episodio – Gli analfabeti – di Scene da un matrimonio (1973) del regista svedese Ingmar Bergman. Il film, diviso in sei parti, è la riduzione cinematografica di uno sceneggiato televisivo e racconta dieci anni della  relazione sentimentale che unisce Johan (Erland Josephson) a Marianne (Liv Ullmann). La struttura e i contenuti si rifanno al teatro nordico (di Ibsen e di Strindberg). Evidenziando i limiti del rapporto di coppia all’interno del ménage coniugale “classico”, il film fu oggetto di discussioni e dibattiti.
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Già in Casa di bambola (1879) di Henrik Ibsen, Norma Helmer lascia il marito e i figli rinnegando il suo ruolo di moglie e madre: rivendica dei doveri sacri verso se stessa, la necessità della propria solitudine per meglio comprendersi e capire chi le sta attorno; e, soprattutto, il diritto di essere considerata in primis un essere umano..

Gertrud (Carl Theodor Dreyer, 1964)

Anche il regista Carl Theodor Dreyer, danese, riprende il tema della scelta della solitudine della donna: scelta intesa come liberazione dal ruolo di moglie all’interno del matrimonio borghese. In Gertrud (1964), trasposizione cinematografica dell’opera teatrale (1906) di Hjalmar Söderberg, la protagonista (Nina Pens Rode) lascia marito e giovane amante per vivere sola. Nell’epilogo, aggiunto da Dreyer, la oramai vecchia Gertrud ribadisce il suo bisogno di indipendenza e l’importanza che l’amore ha avuto in tutta la sua vita. È un personaggio che non si fa sottomettere e che non accetta  la prospettiva di un’esistenza  vuota.
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Scene da un matrimonio (Ingmar Bergman, 1973)

La presenza nel teatro e nel cinema nordici di figure femminili forti, che mettono in discussione l’istituzione matrimoniale e lo stesso modello di società sorretto da basi antiquate, aiuta a comprendere la sensibilità verso queste tematiche presente nei Paesi scandinavi. Questa forte coscienza civile ha favorito l’introduzione di politiche sociali innovative. Politiche che hanno considerato l’evoluzione del concetto di coppia e di famiglia,  tutelando i diritti della donna all’interno della società, non solo come moglie-madre, ma anche in quanto lavoratrice. Esiste anche un’altra motivazione: in Svezia, a partire dagli anni Sessanta, il boom economico portò molte donne ad entrare nel mercato del lavoro, a differenza di altri Paesi che importarono immigrati maschi.  L’impossibilità di reiterare modelli sociali obsoleti e la necessità di una ridistribuzione dei ruoli all’interno della famiglia  hanno notevolmente migliorato la condizione femminile e, di riflesso, della società svedesi. Anzi, la ridistribuzione dei ruoli è dovuta inevitabilmente passare attraverso il riconoscimento di pari diritti alla donna. Nel 1974 la Svezia, primo Paese al mondo, ha sostituito il congedo di maternità con il congedo parentale. Nel 1995 è stato introdotto il primo mese di congedo di paternità (ora portato a due mesi). Risultato: tasso di occupazione femminile e tassi di natalità tra i più alti dei Paesi sviluppati, diminuzione di divorzi e separazioni, aumento degli affidamenti congiunti. Oggi l’85% dei padri svedesi utilizza il congedo parentale per seguire i figli.
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Sostiene Bengt Westerberg, vice primo ministro nel 1995, all’epoca dell’introduzione del congedo di paternità: “La società è lo specchio della famiglia: l’unico modo per raggiungere l’uguaglianza nella società è raggiungere l’uguaglianza in casa”.

Serena Casagrande

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