Stanley Kubrick. Gli anni a LOOK

Kubrick_640

IN VISTA DELL’IMMINENTE SBARCO IN LAGUNA DELLA MOSTRA FOTOGRAFICA “STANLEY KUBRICK FOTOGRAFO“, CHE APRIRÀ I BATTENTI  IL PROSSIMO 28 AGOSTO, PROIEZIONE DEDICA UN APPROFONDIMENTO ALLA STAGIONE FOTOREPORTISTICA DEL GIOVANE GENIO.

Tratto da:
“Dalla Graflex agli eyes wide open. La fotografia nel cinema di Stanley Kubrick”
di Niccolò Mattia Colombo
.

Nel 1946, di fronte alla porta sbarrata dell’istruzione universitaria, il giovane neo-diplomato Stanley Kubrick decide di dedicarsi all’attività di fotoreporter. Quasi immediatamente viene assunto da Helen O’Brian, che gli offre un posto fisso. Ecco la storia di quello che sarà il più giovane fotografo di Look (rivista bi-settimanale generalmente considerata la principale concorrente della celebre Life, era caratterizzata dal grande formato e dalla predominanza delle immagine rispetto ai testi).

1946 – 1950

Nell’arco di questo intenso e prezioso quinquennio di lavoro Kubrick si confronta con esperti ed anziani fotoreporter, viene incaricato di svariati e talvolta eccentrici servizi, viene iniziato ai segreti del mestiere e assalito da aspirazioni di documentarista e regista. In anni di continua gavetta e apprendistato Kubrick impara a dirigere i soggetti, scegliere gli obiettivi, giostrare luci ed ombre, comporre l’immagine e attuare corrette esposizioni. Enrico Ghezzi, tra i maggiori studiosi del cineasta, commenta così i suoi scatti: “Nelle foto più belle (..) è il tempo dell’attesa a colpire. Persone che attendono nella sala d’aspetto di un dentista. Un pugile che attende il momento della verità, accompagnato dal doppio inquietante del fratello gemello. O lo sguardo stesso come attesa, tensione, protendersi, ultima protesi del movimento. Bambini che guardano giocare, gente allo zoo che guarda dentro le gabbie (..) lo sguardo non è mai posato, l’attesa non è verso la fine del lavoro del fotografo, è l’obliquità dello sguardo, la tensione dei personaggi a uscire dall’inquadratura, magari verso un’altra, come nel seguito dei fotogrammi filmici, cellette ossessivamente vicine” .
(Enrico Ghezzi, Stanley Kubrick. Ladro di sguardi, Bompiani, 1999, 2, prefazione).
.
Ghezzi in questi passaggi sottolinea i temi dell’attesa e dello sguardo, elementi che ritroviamo spesso anche in relazione al suo cinema. Illuminante a tal proposito un passaggio di Ghezzi che recita: “La serie di sguardi allo zoo non vede nulla; di nuovo non vediamo l’oggetto di quegli sguardi. Essi guardano non in macchina, ma, bodysnatchers, nella macchina e oltre di essa (..)” . Enrico Ghezzi accenna inoltre ad una tensione, la tensione ad una concatenazione di fotografie, ovvero la propensione allo sconfinamento nel cinema.
.
Secondo Lo Brutto “La carriera registica di Kubrick prese avvio da due forze convergenti: la passione per il cinema e il lavoro di fotografo professionista (..) la conoscenza tecnica ed estetica che Kubrick ha dell’arte della fotografia permea ogni sequenza della sua filmografia(1)” . Il biografo inoltre, citando nomi di cineasti di diversa estrazione e formazione, ci ricorda quanti pochi siano quelli che provengono dalla professione di fotografo e sottolinea come Kubrick tra essi sia il più importante.
.
(1) Vincent Lo Brutto, Stanley Kubrick. L’uomo dietro la leggenda, Milano, Il Castoro, 1999, p.43)
.
Quando il nostro viene a conoscenza che il direttore tecnico della fotografia di Look, Arthur Rothstein, coltiva una passione per il cinema e dispone di una ricca biblioteca di testi specializzati, inizia ad affrontare studi di cinematografia da autodidatta. Nella primavera del 1948, effettua un servizio fotografico sull’incontro tra il direttore generale di una società ed i suoi dipendenti per il quale scatta una serie di dieci fotografie, mantenendo la stessa posizione della macchina, al fine di cogliere i mutamenti delle espressioni del direttore: il giovane fotoreporter percepisce i limiti della sequenza fotografica e coltiva crescenti ambizioni cinematografiche.
.
Nel numero di Look dell’11 maggio 1948 viene incluso un piccolo articolo che traccia il profilo del diciannovenne fotografo, il pezzo si conclude profetizzando sul futuro nel cinema del talentuoso fotoreporter: “Il suo interesse per la fotografia è rimasto immutato. Nel tempo libero Stanley si occupa di cinematografia e sogna il giorno in cui riuscirà a realizzare dei documentari”. Il numero estivo di Look datato 3 agosto 1948 comprende una selezione di foto scattate da Kubrick, inviato in un remoto villaggio di pescatori nel Portogallo, in cui emerge uno spiccato realismo documentaristico e il discostamento del fotoreporter dalla dimensione edulcorata da tabloid di massa.

Nel gennaio del 1949, a causa del suo amore per la boxe, a Kubrick viene commissionata un’indagine fotografica su un pugile e il nostro sceglie di realizzare il servizio sul giovane peso medio Walter Cartier: le fotografie che realizza durante i momenti di quotidianità passati al fianco del pugile, in vista del match e sul ring, trascendono la successione di istantanee e si amalgamano in una sintesi di tensione e drammaticità. Paul Duncan descrive così il reportage, intitolato Prizefighter: “Le fotografie scattate durante il giorno sono luminose, l’atmosfera è allegra e serena (..) la macchina fotografica è statica, si limita ad osservare le persone e sembra interessata esclusivamente alla composizione della foto. Al contrario le scene notturne sprigionano una grande forza emotiva, dovuta tanto alle angolazioni insolite quanto al nero profondo che contrasta il bianco delle luci sfolgoranti” . (Paul Duncan, Stanley Kubrick, Colonia, Taschen, 2003, p.19)
.
Per il numero del 27 settembre del 1949, Kubrick compie un reportage sulla produzione di un musical ribadendo la sua propensione a rendere il dinamismo dei fatti che documenta, il più delle volte posizionando la macchina in un punto fisso per poi scattare fotografie a ripetizione, pratica dagli esiti non dissimili dalla striscia di fotogrammi cinematografici.
.
Nel numero del 14 febbraio 1950, Kubrick rinnova il connubio tra passione per la boxe e talento da fotoreporter, i cui frutti avevano prodotto l’eccellente servizio Prizefighter, in occasione di un reportage sul pugile Rocky Graziano, del quale una serie di fotografie documenta la giornata tipo; Agli occhi di Lo Brutto “La sequenza è una sintesi di tempo, noia, tensione e drammaticità insita nella giornata di vita di un pugile” (Vincent Lo Brutto, p.62). Il reportage viene pubblicato col titolo Rocky Graziano: He’s a good boy now.
In qualità di fotoreporter della rivista Look, l’ormai navigato ed affermato professionista diventa parte integrante della comunità di fotografi di New York; la celebre artista Diane Arbus non tarda a riconoscere in Kubrick un talento del panorama fotografico newyorkese sebbene in questo periodo prenda le distanze dalla fotografia commerciale, di cui Look è un fermo baluardo, in nome di una ricerca di soggetti tra le realtà suburbane degli emarginati e dei reietti.
.
L’avvento del nuovo decennio, per quanto coincida con la definitiva affermazione del talentuoso fotografo nell’establishment della grande mela, segna anche il momento del definitivo distacco dello stesso dalla redazione di Look. A riguardo ci offre una delucidazione una dichiarazione dello stesso Kubrick  durante un’intervista concessa a Michel Ciment:
.
“Mi divertivo tremendamente a quell’età, ma alla fine quegli abiti mi diventarono stretti, specialmente perché la mia massima ambizione era sempre stata quella di fare del cinema. I soggetti che Look mi assegnava erano in genere abbastanza stupidi. Facevo delle storie tipo: “ un atleta è più forte di un bambino? ” e fotografavo un giocatore di football di un college che emulava le innumerevoli posizioni graziose tipiche di un bambino di diciotto mesi. Occasionalmente avevo l’opportunità di fare una storia interessante su qualche personaggio. Una di queste fu su Montgomery Clift, che era agli inizi della sua brillante carriera. La fotografia certamente mi fece compiere il primo passo verso il cinema. Per girare un film interamente da soli, come feci inizialmente io, si può non saperne molto di tutto il resto, però bisogna conoscere bene la fotografia”. (Michel Ciment, “Oui, il y a des revenants”, <L’Express>, 18-10-1980)
.
Ad oggi, la lista più completa di fotografie di Kubrick pubblicate da Look mai redatta è quella compilata e curata da Matthew Hunt ed integrata da Filippo Ulivieri.

.

Tratto da “Dalla Graflex agli eyes wide open. La fotografia nel cinema di Stanley Kubrick”
di Niccolò Mattia Colombo

.

Link consigliati

Rating 4.25 out of 5
[?]

Related Posts