Come esprimere l’inesprimibile tra rumore e melodia

A tre anni di distanza dall’acclamato 23, i Blonde Redhead ritornano in pista, con un nuovo album di prossima uscita, Penny Sparkle, ed una tournée europea con ben tre date italiane:

  • Milano (Magazzini Generali, 11/09)
  • Roma (Auditorium Parco della Musica, 12/09)
  • Bologna (Estragon 12/09)

A lungo uno dei tesori meglio celati dell’underground a stelle e strisce, il trio newyorkese più apolide che si ricordi – Kazu Makino è giapponese, mentre i gemelli Amedeo e Simone Pace sono nati a Milano e hanno per lungo tempo vissuto in Canada – ha, con l’evolversi del proprio gusto musicale e grazie ad azzeccate scelte discografiche, conquistato un pubblico sempre più ampio e variegato, colto ed attento, senza usufruire di alcun tipo di hype mediatico. Anzi sono state proprio le performance live di altissima classe – assieme ai vertiginosi vestitini che la Makino ama indossare in queste occasioni (vedere per credere) ed al passaparola degli appassionati – a fare la fortuna della band.

Dagli esordi noise dei primi anni ’90 per la Smells Like Records del batterista dei Sonic Youth Steve Shelley, passando per l’avanguardismo spericolato e “difficile” degli album sulla mitica etichetta chicagoana Touch&Go, sino ai lavori di più raffinato dream-pop per la 4AD, il gruppo ha saputo compiere un percorso artistico complesso ma coerente alla ricerca costante della bellezza, mettendosi in gioco al di là degli stereotipi e delle aspettative del pubblico, anche quello più affezionato, per parlare una lingua propria ed originalissima “before, of, and beyond its time”.

Da subito ritenuti epigoni degli stessi Sonic Youth, i Blonde Redhead non hanno, in realtà, mai avuto troppo a che spartire con la musica “sonica” dei più illustri concittadini. Più minimalisti, per forza di cose, dovendo fare a meno del basso (Maki Takahashi mollò la band subito dopo la realizzazione dell’omonimo esordio del 1993, senza mai essere rimpiazzata in pianta stabile), meno indulgenti al pieno delirio noise e più interessati alla ricerca della melodia pop avvincente, sin da La Mia Vita Violenta (1995), dedicato a Pier Paolo Pasolini ed ingiustamente sottovalutato dai più, i Blonde Redhead hanno scoperto le carte del suono a venire, allontanandosi quanto più possibile dall’improbabile confronto con la formazione di Thurston Moore e Kim Gordon.

È semmai nei successivi Fake Can Be Just As Good (1997) ed In An Expression of The Inexpressible (1998) che il rumorismo chitarristico e creativo la fa maggiormente da padrone, affiancato dai ritmi sghembi e sincopati costantemente ricercati dalla batteria di Simone Pace e dai singulti striduli e drammatici di Kazu Makino. Musica eccentrica e arty, che si potrebbe definire new wave, in un certo senso, non fosse stata la No Wave a regalare alla band il suo – ugualmente eccentrico – nome, preso in prestito da una canzone dei leggendari DNA di Arto Lindsay.

Il disco cardine della svolta artistica in chiave più chiaramente indie-pop della band è, senza dubbio, Melody of Certain Damaged Lemons (2000), anticipato dal divertissement poliglotta dell’EP Melodie Citronique ed unanimemente considerato il loro capolavoro. I punti di riferimento cambiano e la produzione di Guy Picciotto dei Fugazi (già al lavoro nel disco precedente) sa come sottolineare le nuove direttive a cavallo tra il linguaggio consolidato dei dischi precedenti e di influenze mai svelate prima, da Serge Gainsbourg a Lucio Battisti, sino a Cibo Matto, David Bowie, Pizzicato Five.

Un po’ perché il disco è più accessibile dei precendenti, un po’ perché la band viene contattata da John Frusciante a fare da spalla ai suoi Red Hot Chili Peppers, il successo finalmente arriva e non può che rafforzarsi in seguito ai due successivi e importanti capitoli su 4AD, Misery is A Butterfly (2004) e 23 (2007), che approfondiscono il percorso di ammorbidimento degli spigoli già intrapreso.

La sognante profondità atmosferica e l’introspezione psicologica ricercate si sono ormai affinate in un suono più ricco e, se si vuole, anche più convenzionale, ma profondamente rivisitato e sezionato dall’interno per essere ricomposto – lontano da ogni tentazione mainstream – in modo straniante e pur sempre fedele all’originaria estetica indie-rock.

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