Presentazione della rubrica “La verità (in)trovabile. rammenti di cinema”
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Gli insospettabili (Sleuth, 1972) di Joseph L. Mankiewicz.
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È un vero e proprio gioco di ruolo l’ultimo film del regista e sceneggiatore statunitense di origini ebraico-polacche. Ancora una volta si scontrano, come anche in molti altri suoi memorabili titoli (tra cui Eva contro Eva, Operazione Cicero, Uomini e cobra) intelligenze malefiche e sublimi votate alla sopraffazione ed alla prevaricazione, attraverso l’inganno, il raggiro, la doppiezza, il sottile soffio della perfidia, il sempiterno ricorso alla falsificazione, alla dissimulazione. In definitiva, una perenne, vorticosa, mutante, sfrenata messa in scena di sé. Quale lo scopo? L’annichilimento dell’avversario in funzione della più allettante delle poste: l’affermazione incontrastata del proprio ego smisurato. Tutti gli altri obiettivi sono solo transitori, mezzi per raggiungere questa (im)mortale e bruciante sensazione di potere.
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In questo caso, i contendenti sono Milo Tindle (Michael Caine) – già Tindolini, padre italiano emigrante e madre britannica, giovane parrucchiere per signore bene e parvenu arricchito – ed Andrew Wyke (Laurence Olivier) – anziano aristocratico britannico, e fiero di esserlo. Discordanti origini di classe ed etnia, differenti età. Ottime basi per un conflitto. Ad arricchire la miscela già esplosiva interviene un ulteriore elemento: Milo è l’amante di Marguerite, la bella moglie di Andrew, e quest’ultimo ne è perfettamente a conoscenza. Risulta strano quindi, per lo spettatore, appurati questi fatti nel corso della parte iniziale della narrazione, capire perché Milo sia stato invitato da Andrew nella sua residenza di campagna, “Foscomaniero”, come scherzosamente lord Wyke ama chiamarla. Certo, il motivo sembra plausibile, verosimile: Andrew – prostrato dalla prodigalità con cui la moglie spende i suoi danari e dalla noia di un rapporto ormai consunto, oltre al fatto di avere anch’egli un’amante, la dolce “dea finlandese” Thea – appare deciso a liberarsi della consorte, affidando il fardello al malcapitato Milo. Quest’ultimo, tra l’altro, benestante, ma non ricchissimo, fatica non poco a far fronte alle richieste della sua nuova esosa compagna. Ecco però profilarsi, per entrambi, la possibilità di trarre dalla situazione un giovamento economico. Andrew fa infatti intravedere a Milo, tramite un furto simulato, l’opportunità di impadronirsi dei gioielli da lui donati a Marguerite (ma ancora sotto la sua custodia a Foscomaniero) e di ricavarne due terzi del valore in contanti ed esentasse, pur di liberarsi della moglie e di consentire a Milo di sposarla e soprattutto di mantenerla. Essendo i gioielli assicurati, egli, a sua volta, non ne subirebbe alcun danno. Oltretutto, l’invito di Andrew cade giusto giusto in una giornata di libertà della servitù. Niente testimoni scomodi, quindi. Tutto l’edificio, insieme al giardino prospiciente, è a loro disposizione. Andrew propone quindi a Milo di fingere il furto dei gioielli, ma di farlo in modo che sembri verosimile: gli agenti assicurativi non sono stupidi. Quale il modo migliore per raggiungere tale verosimiglianza? Milo dovrà travestirsi e (re)introdursi nell’abitazione di Lord Wyke, simulando in tutto e per tutto un’effrazione, la ricerca dei gioielli, lo scassinamento della cassaforte e quant’altro: la nascita di una (messin)scena del crimine.
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Ma questo non è altro che fumo negli occhi di Milo e dello spettatore. Una minuscola tessera nel puzzle perfetto della trama, una microscopica vite in un grandioso marchingegno narrativo. Particolare non secondario, per chiarire le reali motivazioni di Andrew e soprattutto il suo carattere, è la sua abitazione. Un luogo in cui tutto richiama il gioco, il rebus, la creazione dell’intelligenza in funzione dell’intelligenza stessa. Una parte del parco è costituita da un labirinto formato da alte siepi. Nel salotto e nella maggior parte delle stanze di soggiorno al pianterreno, fanno bella mostra di sé una infinita serie di automi meccanici e complicatissimi rompicapo da tavolo esotici. Andrew stesso è un inventore di enigmi polizieschi, in quanto creatore della figura letteraria del detective dilettante e geniale Saint John Lord Merridew, ovviamente un aristocratico. In realtà, è il gioco (del gatto col topo) il vero ed unico scopo di Wyke, l’umiliazione dell’avversario Milo e del mondo da cui questi proviene. Il resto è solo una pantomima che conduce al confronto ludico, che, nell’accezione di Andrew, ha una connotazione esclusivamente seria, estremamente seria. Il ruolo che lui vuole per se stesso è quello del master mind, del master of puppets, dove Milo altro non è che una pedina, una marionetta nelle sue mani.
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Due sono le sequenze più incisive, in questa prima parte del film, per cogliere appieno le dinamiche che reggono il rapporto fra i due personaggi nonché la sua evoluzione. La prima è quella del travestimento di Milo, una delle chiavi di volta per svelare l’adesione, si badi bene, di entrambi i contendenti, alla dimensione ludica. Sì, perché anche Milo si calerà totalmente nei vari ruoli che gli toccheranno in sorte; anche lui da un certo punto in poi del film diverrà master mind ed Andrew il suo pupazzo preferito, in un continuo scambio di poste (in gioco, va da sé) e di rapporti di potere. Nel sottosuolo dell’abitazione, Andrew mostra a Milo un mondo ulteriore, polveroso e sorpassato e da lui nostalgicamente ricordato. Si tratta del mondo dei passatempi degli aristocratici, dinosauri in un contesto in cui a farla da padroni sono i parvenu, la volgarità, la televisione, così lord Wyke si esprime con una (nemmeno tanto) malcelata punta di disprezzo. Un’altra stanza dei giochi ed un baule colmo di costumi. Ancora una volta l’arte del cambiare identità, del travestirsi, quindi, del mettersi in scena. Milo, dapprima riluttante, comincia poco a poco a prenderci gusto ed i due iniziano letteralmente a giocare come due ragazzini, in una girandola di scambi di facezie e di cambi d’abito, di toni di voce, di mimica, di espressione.
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Poi il turning point.
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Dal baule emerge un costume da clown che sembra convincere entrambi. Milo ne sembra entusiasta ed anche Andrew appare convinto, forse troppo convinto. Mister Tindle, alias Tindolini, eseguirà il finto furto vestito da pagliaccio. Quando il suo viso scomparirà dietro il mascherone ebete, ed il suo corpo snello ed elegantemente vestito dentro i grotteschi abiti circensi, niente più Milo, niente più identità, niente più dignità. “You are a complete clown!” gli sibila Andrew.
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Dopo la finta effrazione, la finta ricerca dei gioielli, con annesse distruzioni di stanze, suppellettili e mobilia varia e lo scassinamento (esplosivo) della cassaforte, ecco che nelle mani di Andrew compare una pistola. Stranamente, ma neanche tanto, carica. Dovrà servire a depistare ulteriormente gli investigatori, così lord Wyke, che spara un paio di colpi, uno dei quali centra, come per magia, la figura di Marguerite in una fotografia di alcuni anni prima, in cui è ritratta accanto a lui. Sembrerà che ci sia stato uno scontro fra lui ed il ladro. Tutto risulterà più credibile. Milo sbianca e lo spettatore con lui. Eppure è la nota intonata che inizia a rendere armonica una suite altrimenti dissonante, stonata, grottesca, a tratti incredibile, pur nella sua già estrema perfezione. Stupisce l’entrata in scena dell’arma, eppure la si aspettava. Il rapporto di forza per il momento è nitido, limpido, cristallino, visto che la pistola la tiene in pugno Andrew e Milo non è altro che un “perfetto clown”. Altri inaspettati colpi di scena mescoleranno le carte, ridistribuiranno i ruoli, mentre gli automi continueranno imperterriti a ripetere, instancabili, sempre le medesime posture, i medesimi movimenti, spettatori a loro modo beffardi della tragica farsa che si agita davanti a loro.
Gian Giacomo Petrone
















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