Disney vs South Park

“…e tutti vissero per sempre felici e contenti”….forse.

Negli ultimi tempi si sta assistendo ad un fenomeno assai particolare che coinvolge, nello specifico, il mondo dei cartoni animati occidentali: La generazione dei “nati attorno al 1980” ha dovuto confrontarsi, fin dall’infanzia, con un bombardamento di “cartoni animati dei buoni sentimenti” prodotti dalla Disney. Stravolgendo storie che non sempre hanno a che vedere con il buonismo, -(basti pensare a racconti come Pinocchio, Alice nel paese delle meraviglie – oppure alle favole dei fratelli Grimm: Cenerentola; Biancaneve ecc..),  prodotti, per lo più, dalla Disney hanno formato le piccole menti di chi, rapito e rassicurato dal lieto fine, veniva sequestrato dallo schermo televisivo.

Cosa ha a che fare tutto questo con il contemporaneo e, in particolare, con la ricerca artistica di oggi?

Recentemente, sempre sul versante dei cartoni animati, è in atto una ribellione contro gli happy ending e soprattutto contro le più tipiche convenzioni sociali. Rientrano ora nei cartoon tematiche molto lontane dalla pedagogia ma che, forse, rispecchiano molto di più il contemporaneo: violenza, sesso e soprattutto morte. Questa triade costituisce la base dei  cartoni della nuova generazione, citiamo, tra questi South Park, i Simpson e gli Happy Tree Friends. Essi, al tempo stesso, appaiono agli occhi degli spettatori come inesauribili fonti di comicità ed innescano nel pubblico un’incongruità  visiva, data dalla sorprendente tenerezza dei personaggi contrapposta alla violenza delle azioni commesse o subite.

Come scrive Guido Bartorelli (“I miei eroi”, 2010, p.222): «Si è così innescato uno spettacolare cortocircuito [visivo], sfruttato difatti come primo motore espressivo, tra la sfacciata cattiveria delle vicende e quel sapore graziosamente infantile […] che le immagini continuano a ispirare». A supporto di quest’affermazione basta riportare alla mente un qualsiasi episodio degli Happy Tree Friends: “cicciottosissimi” (per usare un’espressione alla Fabriano Fabbri) e coloratissimi animaletti destinati in apparenza ad un pubblico infantile che, però, finiscono sempre con l’esalare l’ultimo respiro in modo più che mai cruento.

Analoga anomalia è riscontrabile in altre forme: anche i videogiochi vengono risucchiati all’interno del binomio ossimorico di dolcezza della forma/azioni o morte violente; ad esempio il videogames Naughty Bear fa scaturire, all’interno di un contesto di carineria e dolcezza melensa, violenza assolutamente gratuita; il protagonista viene descritto come tenero orsacchiotto con manie psicopatiche che dopo l’ennesima derisione da parte dei suoi simili decide di farsi giustizia da solo all’interno dell’isola di Perfection.

Sul versante fumettistico si riscontrano risposte affini: “Il libro dei coniglietti suicidi” di Andy Riley risulta essere l’ennesima conferma del panorama sopra illustrato.

E l’arte?

Anche quest’ultima risulta essere influenzata dagli stessi stimoli; si pensi a Laurina Paperina. Appartenente alla generazione dei “nati attorno al 1980”, quest’artista si colloca in perfetta armonia con il clima e con le tematiche fin qui trattate. Dopo essersi dedicata alla distruzione di alcune icone della contemporaneità, ad esempio in Pape vs Batman, con tratto essenziale e colori dalle valenze pop, l’artista decide di scatenare la sua ira verso gli artisti nel video (How to) Kill The Artists, 2007. Nel filmato vediamo che  i personaggi disegnati da Laurina, con il suo tipico tratto elementare e semplice, vengono uccisi nei più svariati modi. Ogni artista del video viene caratterizzato da uno stereotipo che lo qualifica: Beuys viene affiancato da un coyote e dal suo inseparabile cappello di feltro, Frida Kalo dal suo gigantesco monociglio eccetera . I video di quest’artista non presentano alcun tratto moralistico ma rimangono fini a se stessi.

A livello fotografico Dina Goldstein con la serie Fallen Princesses (2007), tenta di riadattare la formula “… e vissero felici e contenti” al contemporaneo; tramite lucidi scatti, prova a demolire tutti i finali felici delle più classiche storie. Ci troviamo di fronte a scenari inquietanti che vedono coinvolte le principesse Disney: Biancaneve (Snowy) risulta essere diventata una casalinga frustata con quattro figli a carico ed un meraviglioso principe azzurro stile Homer Simpson impegnato a guardare tutto il giorno la tv con una birra in mano; futuro non meno piacevole viene prospettato per Cenerentola (Cinder) che si ritrova sola in un tetro bar ad avere come unica compagnia quella dell’alcool. La Sirenetta?! (Ariel) Costretta a vivere in un acquario ed essere esposta come numero da baraccone fieristico per la felicità del pubblico pagante, e così via. Ciò che le accomuna tutte è la malinconia e la disillusione che viene lasciata trasparire dal loro sguardo.
In questa battaglia che vede implicati i buoni sentimenti e le espressioni alla South Park percepiamo un netto prevalere delle seconde. La ribellione è stata attuata! E allora chiediamoci: l’ “…happily ever after …” è ancora possibile?!

Dina Goldstein's Fallen Princesses

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