La trombetta del clown triste

Balada_640

La Mostra del Cinema di Venezia ha presentato, tra le altre, due opere di cui una ha vinto il Nastro d’Argento, mentre l’altra ha ricevuto lunghi applausi ma non è stata premiata. La prima è Balada triste de trompeta dello spagnolo Alex de la Iglesìa, la seconda Post Mortem del cileno Pablo Lorraìn.

La pellicola spagnola parla della sofferenze dell’animo dell’autore, come se la trombetta del clown triste protagonista della vicenda fosse appunto lo strumento che suonato e dolente soffia le immagini del film. Esso infatti è composto con spezzoni di immaginario puro che, solo quando si avvicina maggiormente ai due poli dell’individuo e della Storia, si fa segno simbolico (in particolare la croce, simbolo religioso richiamato anche dal clown protagonista, vestito in abiti vescovili, a ricordare alcuni dipinti di Bacon). Questo circo della morte è una giostra che fa girare in tondo un continuum di incubi, visioni, deviazioni, e quindi mostri, sogni erotici e violenze, reso attraverso una fotografia satura di contrasti chiaroscurali e colori accesi.

Alex de la Iglesìa

Il film inizia con fatti ambientati nel 1937 sotto il regime franchista. Una delle sequenze iniziali cita il film di Kluge: “Artisti sotto la tenda del circo: perplessi” (1968) con immagini di repertorio e documenti storici. Poi lo spettatore perdura la visione memore degli eccessi di Jodorowsky, testimone inerme del vicendevole massacrarsi di due pagliacci del circo per amore della splendida trapezista, che appare sullo schermo luccicante nei suoi body di scena, volteggiante in aria, arcuata sul trapezio.

Indimenticabile la scena dove Javier, il pagliaccio triste (Carlos Arece) orfano di un clown ucciso dai franchisti perché al tempo dei reclutamenti aveva sterminato una pattuglia fascista a colpi di machete, si marchia le gote con un ferro da stiro incandescente. La sequenza finale con Natalia la trapezista (Carolina Bang) che precipita e si spezza il collo, mentre cala dentro un drappo di seta rossa che si srotola nel vuoto e nel buio, è l’immagine della sessualità vitale che sottostà al corso della Storia.

Post Mortem è molto distante da Balada triste: la fotografia ha toni freddi, durante la proiezione domina il silenzio, al posto di sequenze off la pellicola ci offre un lento e logorante incubo diurno sugli ultimi giorni del governo di Salvador Allende. Questi lo ritroviamo invece in una rappresentazione carismatica e solare, (eroica), ritratto in fotogrammi immersi nella penombra di una stanza all’obitorio; disteso su una tavola, massacrato, descritto con la stessa oggettività di un dipinto di Thomas Eakins. Massima lucidità quindi, ma in una cronaca che, nello svolgersi della storia, nelle lunghe durate e nell’ambiguità della temporalità stessa, si trasforma in fantasmatica visione, in incubo ad occhi aperti.

Le pellicole sono entrambe ambientate durante i giorni terminali dei drammi peggiori del nostro secolo buio; usano come metafora il martoriasi della pelle, l’incisione delle carni. Anche in Post Mortem è presente il vitalismo sessuale, ma nel film di Lorraìn il sesso ha due accezioni distinte: “erotico” in alcune vicende, denso di thanathos in altre. Sia l’una che l’altra esprimono il dolore dell’anima dell’autore testimone di fatti storici che lo hanno in qualche modo segnato. Post Mortem lo trasmette per sensazioni, (di gelo, di morte); la Balada triste va invece diretto al nostro immaginario più nascosto. Questi è una cronaca oggettiva, l’altro un’esplosione visuale. Alla Mostra del Cinema di Venezia ha vinto il pulp, la fiera degli orrori. Ma si può garantire la rispettiva audacia di Post Mortem.

Chiara Chelotti

Rating 3.00 out of 5
[?]

Related Posts