Joanna Newsom ovvero “della musica delle fiabe”

Per la gioia di chi ha mancato il primo appuntamento (sigh!), Joanna Newsom ritorna finalmente in Italia con due imperdibili concerti al Teatro Dal Verme di Milano (27/09) e all’Auditorium Parco della Musica di Roma (28/09).
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Non è difficile credere che l’artista (e arpista) più chiacchierata degli ultimi anni non sia una donna, ma una fata, uno spirito della natura proveniente da un mondo innocente ed intatto al quale gli uomini non hanno accesso se non nella dimensione del sogno. Il suo gracile aspetto da folletto, la voce infantile e carezzevole, le melodie intangibili e trasognate che disegna in trance sulla sua arpa conducono senza dubbio in questa direzione. Insomma, io ci credo fermamente!
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Anzi credo che ne sminuisca l’essenza mistica leggere che nel tempo libero questa ventottenne californiana sia indossatrice per Armani ed appassionata di moda, che abbia un fidanzato celebre (il comico ed attore Andy Samberg), che ami i cocktails, il baseball ed i dischi pop dal ritmo danzante di Talking Heads e Silver Apples. Eppure è così.
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Joanna è cresciuta in una famiglia di medici/musicisti – chitarrista folk il padre, polistrumentista (piano, dulcimer, autoharp e congas) la madre – a Nevada City, un piccolo centro nato durante la famigerata corsa all’oro affacciato sulla Tahoe National Forest, nella California centro-settentrionale, non distante da Grass Valley, luogo mitico della vicenda umana ed artistica della ballerina ed avventuriera irlandese Lola Montez, alla quale è dedicata la lunghissima ed epica title-track dell’album Have One On Me.
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L’ambiente del paese si presenta come una stranissima combinazione di “extremely rural farm-type folks” e “older retirees”, tra i quali si contano non pochi artisti, musicisti (tra gli altri l’ex cantante dei Supertramp Roger Hodgson ed il celebre compositore minimalista Terry Riley), hippies (Swami Kriyananda, discepolo prediletto di Paramhansa Yogananda) e poeti (tra cui il profeta beat Gary Snyder).
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Fu a Lark Camp (un raduno di musicisti folk che si tiene annualmente nei boschi di Mendocino, 150 km a nord di San Francisco) che, appena dodicenne, Joanna visse la prima svolta musicale della sua carriera, apprendendo dei motivi polimetrici dedotti dalla tecnica della kora (uno strumento popolare dell’Africa Occidentale simile all’arpa), chiaramente distinguibili in molti suoi brani, specialmente di Ys. Dopo aver militato, adolescente, in alcune band pop-rock locali di trascurabile spessore, Joanna si mise presto in proprio realizzando su un registratore Fisher-Price domestico due EP, Walnut Whales (2002) e Yarn and Glue (2003), che finiti ben presto nelle mani giuste, quelle di Will Oldham (Bonnie “Prince” Billy), arrivarono all’etichetta Drag City di Chicago, per la quale venne pubblicato l’LP di debutto The Milk-Eyed Mender (2004). Al disco seguì un tour con Vetiver, Devendra Banhart ed altri, immortalato nel fresco documentario di Kevin Barker “The Family Jams” (2009), che spinse la critica ad ascrivere la giovane Newsom alla scena freak e vagamente psichedelica del prewar folk, dalla quale si smarcò tuttavia ben presto.
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Modernismo d’avanguardia e folk degli Appalachi, musica classica e pop d’autore s’incontrano in Ys (2006), un’opera memore di Bjork e Karen Dalton come di Roy Harper e Joni Mitchell, ovvero il disco su cui si è forse versato più inchiostro nel primo decennio del Terzo Millennio. Solo 5 brani, tutti piuttosto lunghi (si va dagli oltre sette minuti di Cosmia ai quasi diciassette di Only Skin), suonati con il contributo di un’intera orchestra, con arrangiamenti curati dal factotum del rock Van Dyke Parks, eccellente solista ma anche collaboratore di Byrds, Beach Boys e Ry Cooder, registrati dal guru della scena indie Steve Albini, già attivo con Nirvana, Pixies e PJ Harvey, e mixati dal geniale compositore e produttore Jim O’ Rourke, già membro degli influentissimi Gastr del Sol e dei Sonic Youth.
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Paradossalmente, a causa della sua non immediata digeribilità, il disco ha giovato dell’essere finito on-line due mesi prima dell’effettiva uscita nei negozi, quando era ormai già sulla bocca di tutti, riconosciuto come un classico – sin dallo splendido e coloratissimo artwork per finire con le immaginifiche visioni dei testi – un capolavoro, un’opera di rara ambizione nell’ambito della musica pop di confine.
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Non sazia per aver raggiunto i traguardi effettivamente raggiunti a livello di critica e pubblico con un’opera non proprio per tutti, dopo oltre tre anni di silenzio (interrotti solo dall’EP dal titolo springsteeniano Joanna Newsom and The Ys Street Band nel 2007) la signorina Newsom, ormai artisticamente matura e disinibita, regala alle stampe un’opera grandiosa, per non dire megalomane, sin dalla concezione: un triplo album contenente diciotto brani, arrangiati da Ryan Francesconi (RF), magnificati da una voce quanto mai soave e duttile, recuperata – e forse anche un po’ mutata – dopo gravi problemi nodulari alle corde vocali. Have One On Me (2010), densamente poetico e difficile, ma mai noioso o auto-indulgente, è stato definito il Sandinista! o addirittura, con un paragone letterario, l’Ulisse del pop d’autore. In realtà la sensazione è ancora quella di perdersi nei boschi di un medioevo fantastico dove riecheggiano madrigali il cui fascino magico è tale perché lontano anni luce da tutto ciò che è realtà esperibile.
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In fondo che mi costa continuare a credere che la piccola Joanna sia fuggita da qualche fiaba barocca per raggiungere questo mondo?

Carmine Loru

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