Ball and chain (Janis. Ad alta voce.)

Sono passati quarant’anni dalla morte di Janis Joplin, ma la sua voce echeggia ancora nelle nostre anime, fa vibrare i nostri corpi, ci stringe lo stomaco, ci turba e ci fa sognare.
Son passati quarant’anni ma la sua voce non è ancora morta.
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Questo è il racconto con cui Lisa Pietrobon ricorda Janis Joplin e la sua voce, portandoci a scoprire qualcosa che nessuno ha mai voluto o osato guardare. Sono parole, quelle di Lisa, che scavalcano il mito e riescono a sfiorare la più profonda intimità di Janis, di quella ragazza che sul palco faceva l’amore con migliaia di persone e che poi tornava a casa da sola.

Ball and chain (Janis. Ad alta voce.)
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Janis. Ad alta voce. Era sempre stato così.
Come se le avessero appiccicato un’etichetta, a chiamarla in quel modo e quando si era sentita smarrita e persa, per ritrovarsi non doveva fare altro che pronunciare, ad alta voce, il nome con cui l’avevano battezzata, i suoi genitori ed una sfilza di fratelli, in una piccola chiesa, con abiti e pizzi confezionati in casa, come si usava allora.
Janis. Ad alta voce.
Ecco la strada di casa. Janis. Ad alta voce.

Non si trattava solo del nome o del fatto che venisse pronunciato ad alta voce, questo era solo il giochetto che le piaceva fare per darsi importanza. Janis. Era la voce la parte bella del rito. Era la voce la strada di casa. Perché tutto quello che era, stava racchiuso lì. La voce, ecco cos’era. E poi il nome.
Janis. Ad alta voce.

Ma forse non era nemmeno solo la voce. Era il modo in cui usciva dallo stomaco, avvolgente e roca, straziante, e sensuale, e stridula a volte, ma piena e carica. Tenera e delicata, come le carezze di due amanti. Era la passione. Quella passione che premeva sulle viscere e la faceva urlare e dimenare e piangere e amare e cantare.
Janis. Janis. Ad alta voce.

C’erano stati periodi durante i quali portare le chiappe davanti allo specchio e guardare il proprio corpo nudo era peggio della più feroce delle torture. Sarebbe stato meglio potersi strappare la pelle di dosso e rimirare il sangue sgorgare sul pavimento. Periodi in cui l’unico pensiero e scappare      scappare            scappare.

Janis. Con il blues che non ti dava respiro. Con un blues da far rizzare i peli quando è stata la tua voce a raccontarlo. A cantarlo.
Janis. Ad alta voce.

Distesa su quella sudicia poltrona, non credo che i suoi pensieri raggiungessero quello stato in cui riescono a prendere forma. Credo, piuttosto, che per l’inquietudine che non le lasciava respiro e la attanagliava piacevolmente a sé in una spirale di abissi ed euforie, di forme e colori indefiniti ma allo stesso tempo smaglianti, trascinasse la sua mente verso luoghi spaventevoli e amati, scivolando, e scivolando      scivolando                 scivolando                         scivolando
Passione, amore, morte. Malgrado l’odio. Malgrado l’amore. Malgrado il dolore e le profondità infinite della rabbia. Malgrado tutto. Like a ball and chain.
Janis. Janis. Ad alta voce.

Distesa su quella sudicia poltrona, però le forze ti abbandonavano, vero Janis?
Stavi male, lo so. Stavi solo aiutandoti un po’. Come si può. Lo so.
Così la voce non c’era. Non c’era più nulla. Nemmeno Janis.
Nemmeno Janis. Ad alta voce.
Non c’era più nulla.

Stavi male, lo so. Stavi solo aiutandoti un po’. Come si può. Lo so.
Come si può.
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Lisa Pietrobon


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