In concorso al 63° Festival di Cannes, Another Year, il nuovo film di Mike Leigh, è stato presentato al 54° BFI London Film Festival (che quest’anno si svolge dal 13 al 28 ottobre).
Another year. Una altro anno di vita: quattro episodi, uno per ogni stagione, narrano le vicende di Tom (Jim Broadbent) e Gerri (Ruth Sheen), marito e moglie felici e realizzati, del loro figlio trentenne Joe (Oliver Maltman) e della fidanzata Katie (Karina Fernandez), degli amici Mary (Lesley Manville) e Ken (Peter Wight), del fratello di Tom, Ronnie (David Bradley), e di suo figlio Carl (Martin Savage). Quasi tutti gli attori sono già stati diretti in precedenza da Mike Leigh; la struttura della storia rimanda a Segreti e bugie (1996).
Gerri è una consulente terapeutica, Tom un geologo. Vivono a Londra. La loro vita di coppia e professionale è soddisfacente. Nel tempo libero, si dedicano alla cura di un orto. Non è così per gli amici Mary e Ken: delusi da relazioni sentimentali disastrose, non appagati in ambito lavorativo, trascorrono le giornate a rimuginare, a recriminare, bevendo abbondantemente. Il loro bisogno di affetto si manifesta in maniera puerile: fanno sorridere gli impacciati tentativi di corteggiamento da parte di Ken nei confronti di Mary e gli imbarazzanti approcci di quest’ultima verso il giovane Joe (fino a giungere al punto di mostrarsi ostile alla fidanzata Katie). Nell’ultimo episodio, Winter, un lutto colpisce il fratello di Tom, Ronnie, a cui viene a mancare la moglie. Tom e Gerri conducono Ronnie a casa loro, dove conosce Mary. Il film termina con la scena di una cena, alla quale partecipano i membri della famiglia e l’immancabile amica. Gerri e Tom ricordano i viaggi fatti in gioventù e li rivivono attraverso la nuova coppia, in partenza per Parigi. Ronnie sta ad ascoltare, in silenzio, mentre sorseggia una birra. Anche Mary non proferisce parola: perché non ha nulla da dire. Nel suo passato non ci sono episodi, aneddoti da rievocare. E’ tragicamente vuoto. Così il presente.
Another Year è un film scritto e diretto da un regista maturo (Mike Leigh è del 1943): l’insoddisfazione per il fallimento della propria vita, le speranze perdute, le occasioni non colte… certamente non è possibile esprimere opinioni, pareri, se non si conoscono direttamente le problematiche relative all’età dei protagonisti. Comunque, partendo dall’analisi della scena finale, una considerazione sorge spontanea: Tom e Gerri, oltre ad essere una coppia affiatata, sono, prima di tutto, due esseri umani pienamente realizzati (non a caso, nel film, alcune scene sono uno spaccato della loro vita professionale). Le esperienze vissute, gli hobbies (anche se si tratta di semplici passioni, come coltivare un orto), il confronto con realtà diverse influiscono positivamente anche sul loro ménage, che appare solido ed equilibrato (anche nello stabilire i necessari compromessi). Il paragone con Mary è impietoso nonché patetico: un’esistenza miseramente vuota la rende fragile e totalmente incapace di affrontare le proprie debolezze e di rapportarsi con le persone che la circondano (e le medesime valutazioni valgono per Ken).
La realizzazione individuale sembra dunque essere fondamentale per relazionarsi con gli altri e per gestire al meglio i legami affettivi, di qualsiasi natura essi siano. Quindi, possiamo dire, l’essere soddisfatti di se stessi aiuta a crescere e… ad invecchiare.
La generazione dei protagonisti (presumibilmente nati tra gli anni ’40 e ’50) è la stessa di molte donne italiane, ancora educate con la convinzione, l’idea che la propria realizzazione dovesse avvenire all’interno delle mura domestiche, accudendo i figli e sbrigando le faccende di casa. Certo, non significa che tutto questo non abbia più importanza, ma non basta più. Evidentemente.
















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