Presentazione della rubrica “La verità (in)trovabile. frammenti di cinema”
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Radiazioni BX: distruzione uomo (The Incredible Shrinking Man, 1957) di Jack Arnold.
Scott Carey (Grant Williams) è un uomo davvero fortunato. È benestante, ha una bella moglie, una bella casa, abiti cuciti su misura, con sopra ricamate le proprie iniziali, e può permettersi di scorrazzare per l’oceano, nel tempo libero, con il cabinato che il fratello, di quando in quando, gli presta. Tutto sembra procedere a meraviglia sino al giorno in cui, proprio durante una gita in barca, Scott incontra l’imponderabile: prendendo il sole, rimane esposto ad una innaturale e densa foschia, che gli lascia sul corpo una strana patina fluorescente. Inizialmente, solo un po’ di stupore. Basta un asciugamano per rimuoverla. Nessun altro effetto visibile o riconoscibile.
D
opo qualche tempo, però, comincia ad affacciarsi in lui un terrore sempre più insinuante e concreto. Le radiazioni – ché di questo si tratta – a cui il suo fisico è stato sottoposto, hanno iniziato ad agire segretamente, invisibilmente su di esso. La paranoia della Guerra Fredda, il terrore del cittadino americano di subire una sorte analoga – in una specie di legge del contrappasso – degli abitanti di Hiroshima e Nagasaki, è sintetizzabile proprio a partire da questo ineguale e mostruoso rapporto fra macroscopico e microscopico. Molto cinema e molta letteratura sci-fi americani – ma anche giapponesi, si pensi al film Godzilla (Gojira, di Ishirô Honda, 1954) – degli anni ’50 (The Incredible Shrinking Man è tratto dall’omonimo romanzo di Richard Matheson, autore anche della sceneggiatura) risentono di questo clima. La potenza diabolica, iperbolica di un’esplosione atomica reca con sé non soltanto effetti immediati di devastazione nel macrocosmo visibile, ma, ancor più inquietantemente, produce esiti, talora dilatati nel tempo, di aberrante mutazione cellulare, che l’occhio riesce a cogliere e la mente (vagamente) a concepire solo dopo una loro azione decisiva sulla forma e sulle funzioni vitali dell’organismo.
Il corpo di Scott sembra mutare. Dapprima, solo minuscoli segni gli fanno avvertire che qualcosa non va. Gli abiti, soprattutto. Le iniziali ricamate “SC” indicano, inequivocabilmente, che Scott Carey indossa solo, o prevalentemente, ciò che porta il suo marchio e che è stato lavorato e cucito in funzione del suo fisico. E, assurdamente, ciò che dovrebbe contribuire alla costruzione della sua identità (perlomeno esteriore) e del riconoscimento di sé, è invece il primo allarmante sintomo della loro disgregazione. Una mattina, Scott si accorge che la vita dei pantaloni descrive una circonferenza ampia, troppo ampia. Lo stesso accade al colletto della camicia, mentre le maniche si protendono inesorabilmente oltre la lunghezza del suo braccio. La moglie ritiene si tratti solo di un dimagrimento momentaneo, dovuto allo stress da lavoro. Il medico, da cui egli si fa visitare, è propenso a pensare, almeno inizialmente, la stessa cosa. Ed effettivamente viene riscontrato un calo di peso, unito però anche ad una lieve diminuzione della statura.
Scot
t tuttavia sa e sente che le cose stanno diversamente, si rende conto che il suo corpo sta implacabilmente cambiando. La mutazione è costante e graduale e resa ancora più allarmante dal fatto che è impercettibile nel suo divenire. Il suo fisico sta fatalmente declinando, rimpicciolendo. Gli viene diagnosticata una strana forma di patologia, una specie di “anticancro”, in cui, anziché configurarsi uno sviluppo abnorme di alcune cellule infette, si ha una contaminazione globale, che conduce al regresso progressivo della totalità del suo organismo. In ogni caso, mano a mano che il tempo passa, la trasformazione si fa sempre più evidente. Anche le persone che lo circondano non possono fare a meno di notarlo. Un giovane uomo compiuto, con una coscienza, dei pensieri, delle esigenze da adulto, in un corpo che sta innaturalmente compiendo il percorso inverso della crescita e dello sviluppo, ma esclusivamente a livello dimensionale, non fisiognomico. I tratti somatici del protagonista rimangono inalterati.
Nella fase centrale del film, è possibile osservarlo alle prese con un ambiente domestico sempre più grottescamente fuori equilibrio, fuori asse. Un luogo costruito e concepito su misura si manifesta come sempre più smisurato. Ciò nonostante, la casa rappresenta l’ultimo rifugio per il novello freak, in un mondo in cui chi non rientra nei canoni acquisiti di “normalità” costituisce un pietoso caso clinico, un fenomeno da baraccone o, peggio ancora, da rotocalco televisivo. Anche la casa, però, diviene via via sempre più estranea. Scott appare come un uomo-giocattolo in un edificio per giganti. Ogni singolo oggetto appare fuori scala rispetto a lui, anche se è proprio lui ad essere, appunto, fuori scala.
Un’ellissi temporale introduce quella che, a tal proposito, costituisce anche la sequenza spartiacque del film. Lo spettatore ha appena lasciato Scott, sconvolto, in fuga dall’unica persona che sembra poterlo capire: una ragazza nana, bella e perfettamente proporzionata, che ha conosciuto nelle vicinanze di una fiera, dove lei è una delle attrazioni. Sono diventati amici, forse qualcosa di più. Perché Scott rifiuta persino quell’essere così tenero e così simile a lui? Perché ha appena capito – dopo che i medici l’avevano illuso circa una possibilità di guarigione, legata alla scoperta di un siero che sembrava bloccare il regresso corporeo – che la decrescita sta ricominciando, che non vi sono più speranze, che, anche nel microcosmo dei “diversi”, lui sarà sempre più diverso degli altri; l’uomo più solo al mondo. Solo due settimane prima, quando si erano conosciuti, era leggermente più alto di lei, ma, in quest’ultimo incontro, nota che lei lo supera leggermente in statura. L’incubo sta ricominciando. Scott fugge via urlando.
Nella sequenza successiva, che, come detto, costituisce una svolta notevole nella narrazione, lo ritroviamo seduto su un divano posto accanto ad una scala. Due sono gli elementi che balzano subito all’occhio: non sembra la sua casa e, soprattutto, lui appare perfettamente proporzionato rispetto all’ambiente circostante. Lo spettatore, per un attimo, è spiazzato e non capisce quale situazione venga introdotta dal racconto. Si ode un rimbombo di passi, che fa tremare il suolo e scuote, facendola vibrare, la stanza dove si trova Scott. L’inquadratura successiva mostra la moglie di Scott, che scende le scale della loro casa. Poi, ancora Scott, scosso dal rimbombo. E quindi, ancora la moglie, che termina la discesa delle scale e lo chiama. Non ricevendone risposta, sembra iniziare a cercarlo, ma solo per un attimo. È un frammento di sospensione del racconto che introduce la rivelazione capitale per lo spettatore. Alla base delle scale è collocata una casa di bambola, dalla quale fa capolino uno Scott minuscolo, alto appena una manciata di centimetri, che risponde alla moglie. Molto tempo è trascorso, quindi, e l’ellissi ha proprio lo scopo di mostrare il protagonista ridotto ai minimi termini, imprigionato in un simulacro di abitazione, in un corpo sempre più contratto, in un’esistenza che è sempre più un mimodramma di quella reale, proprio come quella delle bambole. Si tratta solo dell’inizio dell’ultima parte della tragedia, che il nostro (anti)eroe concluderà nella cantina, divenuta un mondo mostruoso enorme ed inospitale, e poi nel giardino, dove Scott si inabisserà scomparendo nell’erba, essere sempre più vicino all’infinitamente piccolo – di più – al nulla.
Gian Giacomo Petrone
















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