Julian Cope, il Krautrock e la nuova Germania dei ‘70

Siamo circondati da immagini consumate,
e ce ne meritiamo di nuove

Werner Herzog

Alfiere della scena new wave di Liverpool con i suoi Teardrop Explodes a fine ‘70, esponente di spicco della neo-psichedelia inglese degli anni ’80,

Julian Cope non è solo un musicista di grande talento, ma anche:
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un dilettante antiquario,

un esperto di archeologia preistorica

un musicologo appassionato.
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Anticipato da alcune parziali uscite sulle riviste musicali The Wire (in UK) e Spex (in Germania), il volume Krautrocksampler: One Head’s Guide to the Great Kosmische Musik – 1968 Onwards del 1995, impreziosito dalla copertina di Yeti degli Amon Düül, è sicuramente il suo sforzo letterario più influente nelle vicende di un genere musicale,
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il krautrock

.
che era sino ad allora rimasto confinato ai margini della musica pop più intellettuale e di nicchia.

Quando alcune delle new things della musica indipendente degli anni ‘90 – i Radiohead, i Wilco, i Tortoise e tutta la scena post-rock chicagoana, ma anche band come Autechre e Stereolab – indicarono nei gruppi tedeschi dei ’70 fonti di ispirazione e di influenze varie per la propria produzione, il tempo della riscoperta era arrivato.

Cope lo capì.

Lungi dall’essere, come è stato detto, la “bibbia del krautrock”, Krautrocksampler (che, tradotto nel 2006 da Luca Fusari per la casa editrice LAIN, è del resto l’unica cosa leggibile in italiano sul fenomeno) ha semplicemente avuto più fortuna di altre opere contemporanee, come The Crack in the Cosmic Egg dei fratelli Alan e Steve Freeman (del 1996, ristampato nel 2007) e Cosmic Dreams at Play di Dag Erik Asbjornsen (del 1995, ristampato dall’italiana Strange Vertigo nel 2008, ma nella versione originale in lingua inglese), ad ogni modo simili nell’approccio a-critico e ugualmente parziali nei contenuti.

Il libro di Cope è di fatto un resoconto personale ed esplicitamente soggettivo, piacevole ed appassionante come pochi, la cui importanza a livello divulgativo è enorme, sebbene abbia perpetrato alcuni dei miti legati alla vicenda tedesca e per questo sia stato criticato da personaggi molto influenti, come Klaus D. Mueller, uno che visse “dal di dentro” quegli anni, condividendoli con musicisti del calibro di Klaus Schulze, Ash Ra Tempel, Tangerine Dream, Agitation Free, Os Mundi.

Krautrock is a subjective British phenomenon” ha scritto Cope. Il nomignolo “Kraut”, affibbiato ai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti altro non era che un’etichetta creata in tono derisorio e scanzonato dalla critica musicale inglese (New Musical Express e Melody Maker su tutti) allo scopo di accorpare in una massa informe tutti quei gruppi, percepiti come vagamente affini al dominante genere progressive, provenienti da un’area geografica altra e facilmente delimitabile, ovvero la Germania. Complici i Faust che aprirono il loro quarto disco (1973) con dodici deliranti minuti intitolati proprio Krautrock (ma pare che nel gergo dei giovani tedeschi del tempo “kraut” indicasse la marijuana), questa dizione onnicomprensiva ed indistinta si diffuse anche nell’Europa continentale, da un lato sovrapponendosi a quella di Kosmische Musik (come nello stesso libro di Cope), più indicata a definire un numero ristretto di album dalle caratteristiche più omogenee, e dall’altro affiancandosi all’altrettanto errata equazione Krautrock = musica elettronica, tuttora invalsa presso tanta letteratura critica contemporanea. Se infatti è innegabile l’influenza avuta dalle ricerche elettroniche di Karleheinz Stockhausen sui musicisti dell’epoca – sia Czukay e Schmidt dei Can sia Hutter e Schneider dei Kraftwerk furono del resto suoi allievi – questa va limitata a pochi album e a non tutti i gruppi di un panorama che ha talvolta esplicitamente fatto a meno di ogni strumentazione che non fosse quella acustica, come nel caso dei Popol Vuh di Hosianna Mantra, unanimemente considerato un capolavoro di questo non-genere.

Stockhausen'72

Per concludere, piuttosto che di Krautrock si dovrebbe parlare di Kraut Era per delineare non un genere inesistente quanto un periodo, quello che va dalla fine degli anni ’60 sino alla fine dei ’70, in cui si assistette in Germania – dal Zodiak Lab di Berlino ai collettivi di Monaco, da Colonia a Dusseldorf come ad Amburgo – ad un incredibile fiorire di band musicali avanguardistiche e visionarie, quanto mai influenzate dalla psichedelia anglo-americana (i Velvet Underground su tutti) quanto dalle avanguardie della musica classica, dal free-jazz di Coleman e dall’incipiente progressive. Band in grado di forgiare uno stile, in ogni singolo caso, personale ed unico, ed al contempo voce della Germania divisa ed inquieta del tempo, riflessa anche nel contemporaneo cinema di Herzog, Fassbinder e Wenders. Un non-stile, dunque, che ha fatto del free-form il suo verbo e che può essere concepito in modo unitario solo come esteticamente in contrasto con il gusto popolare del folk e quello, borghese quanto rassicurante, dello schlager. Ovvero solo nell’ottica della novità.

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