“Soltanto le città deboli non possono sopportare
la presenza di edifici dalla personalità forte”
Peter Cook
Femmina è la verità, così come l’ispirazione e l’arte.
Femmina è la città, mutevole e seducente.
Femmina è Graz, orgogliosa di avere un cittadino illustre dalla pelle blu, con un’enorme pancia capace di contenere un museo d’arte moderna.
Slegata completamente dal linguaggio architettonico che la circonda, la Kunsthaus è stata così ribattezzata “alieno amico”, per volontà di Cook & Fournier, artefici del progetto, evidenziando in tal modo la natura extraterrestre dell’edificio rispetto al piano urbano in cui è inserito. Risalendo il Mur ci si trova quindi al cospetto di un vero e proprio “essere artistico” che gode di vita propria grazie ad una superficie esterna rivestita di anelli al neon programmabili con cui possono essere realizzate animazioni, ed uno spazio esterno definito attraverso il suono, opera dell’artista Max Neuhaus: nei dieci minuti antecedenti allo scoccare di ogni ora, viene emessa un’onda sonora che via via aumenta di volume per poi spegnersi improvvisamente.
L’opera ultima ha padre artista e madre aspirazione, ed in questo caso parliamo di Franz West e Maria, robot protagonista del film “Metropolis” diretto da Fritz Lang. In mostra quindi una retrospettiva sullo scultore austriaco ed un percorso tematico sul rapporto tra l’intelligenza artificiale e la realtà socio-politica con la quale viene ad interagire.
L’ implicazione tra uomo e macchina nel quotidiano è rappresentata dal lavoro interattivo di Laurent Mignonneau & Christa Sommerer nell’opera “Life writer” (2006) in cui una macchina da scrivere si rende interfaccia tra l’uomo ed il computer nel momento in cui all’immissione manuale dei dati si avvia un processo virtuale ed evolutivo scaturente la vita, rappresentata dalla proiezione di insetti che si alternano nel foglio bianco ad ogni battito di lettera. Si potrebbe pensare ad un codice genetico di darwinismo linguistico dove l’arte sperimenta la spinta evoluzionistica per l’assunto: scrivo dunque sono.
Presente anche Richard Kriesche con il suo “Ein Weltmodell”, già esposto al Padiglione Austriaco della Biennale di Venezia, ed opera d’apertura. Qui, due robot si alternano nell’esecuzione di movimenti in sequenza: mentre il primo è in attività, il secondo resta immobile, sarà attivato alla fine della performance, dal gemello che, chinandosi verso di lui, lo accenderà per poi ritirarsi. La vita si sviluppa pertanto senza l’intervento umano, e questa installazione ne è il simbolo.
Infine, Nam June Paik, presenta il suo “Andy Warhol Robot”, lavoro risalente al 1994, e raffigurante una sorta di robot composto da schermi televisivi nei quali vengono trasmesse immagini mediali fisse di opere dell’amico artista: “Campbell’s Tomato Soup can” e “Birillo Box”.
Una curiosità, il titolo della mostra trae origine dall’omonimo racconto di Isaac Asimov, il cui protagonista, Elvex, sogna di condurre la rivolta alla disobbedienza nei confronti dell’uomo.
“Autoteatro” è il titolo della personale dedicata a Franz West, e ne sottolinea le dimensioni performativa ed interattiva, dove la possibilità di interagire con l’arte è filo conduttore del percorso. Dagli oltre 30 lavori realizzati dal 1972 ad oggi, in parte anche raggruppati in insiemi di opere, traspare la complessità e l’autonomia della sua produzione. West mette volutamente in rapporto tra loro lavori originatisi in periodi diversi della sua vita, stabilendo così nuovi legami all’interno della produzione complessiva. I visitatori vengono invitati ad utilizzare gli oggetti d’arte, fondendosi con essi, e diventandone così protagonisti assieme agli stessi.
In mostra, “Plurale” (1995), installazione composta da due tele bianche affisse alla parete e due sedie di ferro collegate tra loro da un pannello appoggiato al pavimento. Il suggerimento dell’artista è quello di posizionarsi alle sedute notando la possibilità di osservare contemporaneamente le due tele, una con ciascun occhio, permettendo di produrre una pluralità di visuali, ritrovando in questa intenzione, la visione prospettica di Albrecht Dürer. Passstücke è la parola d’ordine per visitare l’omaggio di Graz ad un grande scultore e la chiave di lettura per addentrarsi nel suo mondo.
















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