Simone Massaron è un chitarrista insolito, sempre alla ricerca di nuove tecniche per far suonare la sua chitarra attraverso i più diversi generi. Andrea Aguzzi l’ha incontrato per Proiezione, per parlare con lui di un progetto davvero interessante: la realizzazione di colonne sonore per film muti. Un progetto che gli ha permesso di scoprire quanto spazio possa avere il musicista con la sua interpretazione. Ecco cosa ci ha raccontato.
Caro Simone, so che ti definisci un “unusual guitar player” .. che cosa intendi dire?
Cercavo un modo per definire il mio approccio allo strumento e il termine “insolito” mi è sembrato efficace.
Anche se ultimamente mi dedico più alle tecniche tradizionali che altro, sono sempre stato attratto dall’idea di inserire oggetti nelle corde, percuotere lo strumento in cerca di armonici, suonare con oggetti diversi dalle dita o dal plettro oppure utilizzare questi in modo differente. Questo mi ha permesso di impadronirmi di una tecnica non convenzionale. Il mio obiettivo è mescolare sempre questi due approcci così differenti tra loro, sia che io stia suonando jazz o che io stia suonando country-pop o avantgarde.
Uno dei tuoi progetti più interessanti riguarda le colonne sonore per film muti, come è nata questa idea e come mai l’interesse proprio per i film muti?
Anni fa, credo nel 1994 un mio amico produttore mi invitò a scrivere musica per il corto “L’Etoile de Mèr” di Man Ray. Rimasi colpito dalle possibilità offerte dalla scrittura per il cinema muto. Poi provai a scrivere colonne sonore da eseguire dal vivo aggiungendo parti d’improvvisazione guidate dalla trama e dalle immagini. Negli anni ho musicato moltissimi film, da “Il Monello” di Chaplin a ”L’Ultima Follia Di Mel Brooks”, cambiando formazioni e musicisti, dal duo al solo al settetto, seguendo le esigenze e le ispirazioni del momento.
Nel 2003 è uscito il primo dei cd che ho dedicato ai silent movies, fu la testimonianza di un’esecuzione live della colonna sonora del film “La Folla” di King Vidor registrata nella Fonoteca di Carpi, realtà che ormai non esiste più purtroppo. La fonoteca si occupava di cinema, di musica e forniva ai carpigiani e non un supporto incredibile di video e cd oltre a patrocinare iniziative come quella de “La Folla” o a produrre dischi tratti dalle registrazioni dei concerti organizzati nel comune. Purtroppo in questi tempi non c’è da stupirsi se realtà come queste chiudano i battenti.
Dopo i primi corti cominciai a scrivere per pellicole come “Lulù” o “Il Gabinetto del Dottor Caligari” suonando principalmente con la band che avevo all’epoca costituita da chitarra, contrabbasso e batteria.
Ho sempre pensato che il cinema muto suggerisca al musicista una partitura da seguire. La differenza con il cinema sonoro, o comunque con il cinema dei nostri giorni, sta proprio nello “spazio libero” che è lasciato all’interpretazione dei musicisti. E’ più facile interagire con la storia e quindi è più facile scrivere pensando a “melodizzare” i personaggi seguendo il loro percorso nella storia.
Ho sempre cercato un equilibrio tra la parte scritta e l’improvvisazione, tra le esigenze di sincronizzazione e la possibilità di lasciare lo spettatore in silenzio, davanti alla pellicola muta.
Questa è una cosa che non si fa mai, purtroppo. Quando devo affrontare un nuovo film, mi capita di guardarlo ascoltando quelle terribili colonne sonore con le quali vengono commercializzati. Mi è capitato più volte di vedere film in vhs con commenti di pianoforte (addirittura un piano digitale) imbarazzanti e poco legati al film, ma soprattutto senza mai un silenzio.
Purtroppo ancora adesso molta gente è convinta che il film muto vada visto con il commento fatto dal pianino verticale scordato che piazza un ragtime veloce in ogni sequenza.
Suonare sulle pellicole mute (o suonare sotto, con , attraverso, per le pellicole mute) è una forma musicale che andrebbe sostenuta e motivata. E’ un altro modo per dire grazie a tutti quei registi che ci hanno regalato migliaia di film incredibilmente belli.
Ho visto il tuo lavoro su “Greed” di del regista Erich von Stroheim, come mai la scelta di questo film? Tra l’altro so che ne esistono diverse versioni di questo “tomo” della filmografia muta, quale versione hai adoperato?
“Greed” mi era stato commissionato da Filmstudio 90 di Varese insieme a “La Folla” di Vidor, credo alla fine degli anni ’90. Potevo scegliere tra i due e ai tempi scelsi “La Folla” perché avevo desiderio di misurarmi con un film dalle cadenze moderne, con un ritmo deciso, ma nello stesso semplice per la sonorizzazione.
“Greed” restò nel cassetto dei progetti per qualche anno fino a che non mi si presentò l’occasione di lavorare su questa pellicola. Ricordo ancora che quando visionai “Greed” per la prima volta, lo guardai imbracciando la chitarra, cercando di capire cosa potesse venire fuori e, in quel caso, la musica scaturì molto velocemente e quasi senza intoppi. L’ho scelto perché è cupo, è un viaggio nelle nefandezze dell’animo umano, o meglio così è come l’ho interpretato io.
Per quanto riguarda la versione scelta, devo ammettere sinceramente che ho sonorizzato la prima che ho trovato, quella reperibile in commercio nella versione vhs della Mondadori che credo sia di 108 minuti.
Purtroppo la versione originale di 7 ore è andata perduta e con essa probabilmente le versioni di 4 e 3 ore.
La prima sonorizzazione live di “Greed” la feci a Milano suonando in solo con la mia chitarra fretless baritona; quella fu un’occasione speciale perché potei utilizzare un sistema di quadrifonia con quattro amplificatori disposti ai quattro angoli della sala e potevo gestire ogni coppia con un looper differente.
Il mio modo di affrontare “Greed” è sempre stato un omaggio alla colonna sonora di Neil Young nel film “Dead Man” di Jim Jarmusch. “Greed” ti porta a suonare in quel modo e poi è stato il primo film che ho musicato in solo, cosa che ho fatto anche con altre pellicole. Nel tempo ho aggiunto anche un campionatore che mi permette di riprodurre sequenze o rumori che preparo con calma a casa, una sorta di bilanciamento tra la sonorizzazione in tempo reale, l’improvvisazione e l’esecuzione.
Mi è successo di rado di vedere altri musicisti impegnati in questo genere di cose, e il solo chitarrista è stato Bill Frisell col suo progetto in due cd con le musiche per i film di Buster Keaton, pensi di arrivare a produrre qualcosa di simile?
In realtà questa cosa è già accaduta con l’uscita del disco “The Common Man” per il film “La Folla”, ma non sono mai riuscito a creare un progetto specifico su di un autore o su di un film, una cosa che potesse avere un seguito discografico e soprattutto che potesse essere rappresentata diverse volte creando così una continuità artistica. Credo che il problema non sia negli spazi dove organizzare questi eventi, ma nella voglia di proporre qualcosa di differente a un pubblico che in realtà apprezza molto questo tipo di performance. Certo è che Chaplin riempie di più la sala che Eric Von Stroheim, ma il fatto stesso di presentare un musicista che espone la sua visione di una pellicola di quasi cent’anni fa è già interessante di per sé.
Comunque non demordo e anzi sto preparando una raccolta di film da proporre in solo o in trio e spero veramente di poter lavorare con questo progetto. I costi di realizzazione si sono abbassati notevolmente rispetto a 15 anni fa in cui era d’obbligo noleggiare una pellicola che spesso si rilevava costosa, ora basta un videoproiettore e una parete bianca.
Ricordo ancora un assessore alla cultura di un comune dell’hinterland Milanese che quando gli proposi di noleggiare “Nosferatu” per sonorizzarlo live mi rispose: “Perché devo spendere 600.000 lire per un film vecchio quando con 150.000 ne prendo uno nuovo?” Fortunatamente, almeno da questo lato, le cose sono cambiate.
So che hai in progetto altre sonorizzazioni di film muti tra cui anche Nosferatu, ce ne vuoi parlare?
Come ho detto, non è la prima volta che lavoro su “Nosferatu”, ma è la prima volta che lo faccio da solo.
Il “mio” Nosferatu è quasi un lungo pezzo per chitarra sola, con radici blues (il che è molto buffo se pensiamo alla pellicola) e sonorità scarne, che eseguo dal vivo omaggiando quel capolavoro che è il film di Murnau. Ora sto lavorando su di una versione colorata, nella quale la notte è blu e il giorno giallo.
Nello stesso tempo sto creando un progetto discografico (probabilmente autoprodotto) che raccolga i miei lavori su “La Folla”, “Greed”, “Nosferatu”, “Il Monello” e altri corti. Vorrei fosse un cofanetto virtuale con mp3, spezzoni di film e booklet. Chissà.
Ascoltando la tua musica sembra che tu abbia un certa predilezione per musiche del passato … ma rielaborate in forme nuove, un approccio che mi ricorda sotto certi aspetti certe cose di Derek Bailey come i suoi standards…
O
rmai sono rassegnato all’idea che io sia ossessionato dal passato; il mio ultimo disco “The Big Empty” che uscirà a novembre per El Gallo Rojo Records è nato dai muri di una casa vuota, la casa nella quale ho vissuto negli ultimi 15 anni e da tutti i ricordi che ne scaturivano. E’ nato pensando ai membri stretti della mia famiglia che sono morti, ai nonni e a tutti i ricordi che si portano dietro.
Sicuramente devo molto a Derek Baley in questo senso; da lui ho preso un grande amore per il passato, ma anche una grande voglia di sperimentare il nuovo.
Invece mi capita di pensare al passato in senso più ampio; questo paese sta vivendo uno dei suoi minimi sia in senso culturale che morale e riflettendo credo che in questo senso il presente in cui viviamo non è assolutamente paragonabile al passato che abbiamo vissuto e quindi si genera questo loop in cui per sfuggire al presente pensiamo al passato e lo stesso presente ci fa temere per il futuro. Penso a quello che hanno vissuto i nostri nonni, nel dopoguerra con un paese da ricostruire, ma con tanti ideali in testa. Con un coraggio e un senso di lealtà e morale che oggi non abbiamo più. Loro hanno vissuto la speranza in un futuro migliore. Noi, la mia generazione, in cosa speriamo? Magari di riuscire a finire il mese facendo ancora il musicista?
Dal vivo suono pezzi come “Parlami D’Amore Mariù” non solo perché me la cantava mia nonna, ma anche perché voglio sottolineare che siamo la prima generazione cha sta peggio di quella precedente, i primi figli che stanno peggio dei loro padri.
Allora mi piace cercare di portare il pubblico nel mio universo di ricordi; che ognuno ci ritrovi i suoi di nonni.
Quali sono i tuoi prossimi progetti? So che stai lavorando a due progetti editoriali davvero interessanti uno su Mauro Giuliani e uno su un chitarrista jazz…
Attualmente sto lavorando a diversi progetti musicali; il primo è legato ancora al cinema muto e consiste nella sonorizzazione di due pellicole americane che trattano il tema dell’immigrazione. Il primo è “The Italian”, un muto del 1915 diretto da Reginald Baker al quale si ispirò Coppola per il Padrino parte II e che tratta di un immigrato italiano nella New York dei primi del novecento e di “Traffic in Souls” di George Tucker, film della Universal che tratta del legame tra immigrazione, criminalità e prostituzione sempre a New York nei primi del secolo scorso. Sto anche lavorando a un progetto musicale dedicato all’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti. Sono sempre stato attratto dalla storia della città di New York, che riesce a essere così vecchia nonostante la giovane l’età e dalle storie di immigrazione, particolarmente quelle italiane, quelle del nord Italia sono poi le più strane.
Il progetto dedicato a Mauro Giuliani consiste nella riscrittura del suo “120 Arpeggi” per tecnica ibrida, la Hybrid Picking che utilizza plettro più dita. Ci sto lavorando da mesi e più vado avanti e più mi accorgo che il materiale è enorme perché ogni arpeggio può essere interpretato in tanti modi e spesso ha bisogno di esercizi di preparazione. Il mio vuole essere un aiuto per chi ha voglia di applicarsi a questa tecnica che, per certi versi è eccezionalmente versatile.
Il secondo progetto editoriale è dedicato a Eddie Lang, chitarrista fin troppo sottovalutato attivo dal ’20 al ’33 che fu un incredibile innovatore e consiste nella trascrizione integrale dei suoi pezzi per chitarra sola.
Andrea Aguzzi
chitarraedintorni.blogspot.com
















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