Precarietà, femminismo, nuove generazioni. Parla Giulia Innocenzi

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Photo Credits: Marco Gomes


Ogni generazione ha avuto i suoi bei problemi: la prima guerra mondiale, la seconda guerra mondiale, gli anni di piombo. La mia generazione, forse per noncuranza, forse per pigrizia, sta attraversando di soppiatto l’anticamera delle Storia italiana. Qualcuno dice che stia cercando di arrivare alla latrina, altri che stia tentando di guadagnare l’uscita posteriore. A me è venuto in mente di chiederlo in giro e mi è capitato di poter fare due chiacchiere con Giulia Innocenzi che a buon diritto fa parte della mia generazione, ma che tutto fa tranne che cercare di passare di soppiatto.

Personalmente quest’intervista mi ha lasciato con una certezza: non può esserci impegno senza un attivismo che lo legittimi (come nel caso di Giulia e del suo impegno trasversale); e con un dubbio: forse la nostra generazione può ancora dire qualcosa.

Evidentemente non tutti i giovani tentano di passare in sordina per guadagnare l’uscita posteriore, anzi, qualcuno entra sbattendo la porta e parla ad alta voce.

Buona lettura.

Riprendo una cosa che hai scritto sul tuo blog: “Sono stata cresciuta politicamente a fare tanti distinguo e a vedere i nemici più negli amici che in quelli dall’altra parte. Mi sono stufata, e ora ho voglia di divertirmi.” Non ti sembra che una delle differenze tra la generazione dei nostri padri e la nostra sia che loro avevano – forse anche fin troppo chiara – la distinzione tra “noi” e “voi”?

Sì, infatti. Ritengo che oggi non si faccia distinzione tra ciò che si possono banalmente chiamare “destra” e “sinistra”, “buoni” e “cattivi”. Nella classe politica non c’è scambio ideologico o politico.

Quello che volevo dire con la mia affermazione, fatta durante l’ultimo NoB Day, è che oggi si è portati a vedere il “nemico”, l’“avversario” in quelli che sono più vicini al tuo partito, alle tue idee, anziché negli avversari politici veri e propri. Il NoB day mi ha dato l’opportunità di rivedere alcuni degli stereotipi di cui anch’io ero vittima.

Ti abbiamo visto spesso ad Annozero dare voce ai giovani precari, tuttavia Annozero stesso si trova – praticamente ogni settimana – in una situazione di precarietà, con l’incertezza della puntale messa in onda della prossima puntata. Quanto è sintomatico della situazione del Paese, questo parallelo tra chi racconta e chi viene raccontato?

In realtà c’è un ulteriore elemento di precarietà: la redazione che lavora “a puntata”. Ritengo che la consapevolezza della realtà sia imprescindibile per poterla raccontare; Annozero racconta tutto questo ma il punto è che in Italia nessuno parla dei precari.

Le dichiarazioni del Presidente dell’Inps Antonio Mastropasqua (“Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale” ndr.) hanno fatto un casino su internet ma in televisione non se n’è parlato.

Credo ci sia un’idiosincrasia tra la realtà e l’immagine che se ne dà.

Altre voci che racconti sono quelle degli operai “cassaintegrati”, una situazione che va avanti in pratica dalla rivoluzione industriale. Oggi però la classe “operaia” parla da un gradino più alto rispetto alla classe “proletaria” che è diventata la generazione dei “call-center” e dei “contratti a progetto”. Che futuro vedi per la nostra generazione?

C’è una differenza sostanziale tra gli operai e i precari: i primi hanno consapevolezza di sé e portano avanti la rivendicazione dei loro diritti dal primo giorno di lavoro fino alla pensione, mentre i precari sono tali non solo nel lavoro ma anche nelle aspirazioni. Nei call-center lavora magari il laureato in comunicazione che attende un’occasione migliore e aspira ad altro e per questo non ha una coscienza di sé, non tende alla rivendicazione, non scende in piazza.

Annozero racconta entrambe le condizioni ma sicuramente è più difficile raccontare i precari.

Agli inizi del secolo l’Italia era un popolo di emigranti. Il boom economico ha frenato le migrazioni che però oggi stanno riprendendo con la differenza che non sono più “analfabeti” e “braccianti” a scappare ma pluri-laureati e professionisti. In questo modo non rischiamo di non avere le risorse intellettuali per sperare in una ripartenza?

Assolutamente sì. Prima gli emigranti erano una ricchezza perché partivano, lavoravano e poi mandavano soldi in Italia proprio come fanno gli immigrati rumeni o senegalesi. Oggi invece gli emigranti italiani si trovano a fare i conti con un Paese che ha finanziato la loro istruzione e a cui non possono dare risalto; partono e non si dà loro la possibilità di dare indietro al proprio Paese le opportunità che hanno avuto: il problema è anche di tipo economico.

Di questo sembra che non ci freghi poi molto, ma se non riusciamo a diventare un’attrattiva per i cervelli – anche stranieri, la cui percentuale in Italia è bassissima – se non riusciamo a valorizzare il merito piuttosto che il “clientelismo”, l’esodo sarà costante e io non vedo un grande futuro.

Nella puntata di Annozero del 21 Ottobre, ad un certo punto Concita De Gregorio ha chiesto “Potete chiederglielo voi che siete maschi di rispondere…”; quanto c’è di legittimo secondo te in questa provocazione?

Beh, intanto voglio ricordare il grande applauso che ne è scaturito. Nonostante non viviamo in un paese maschilista per le sue leggi o per una mancanza di eguaglianza di genere formale, il problema della discriminazione femminile è molto evidente in tre settori: politica, tv, economia. Soprattutto nel centro-destra, la selezione della classe dirigente avviene con criteri nebulosi, che riguardano quindi anche le donne, molte delle quali non provengono da un vissuto di militanza o da competenze professionali preziose per la politica, bensì da tutt’altri percorsi.

In televisione, invece, da una parte c’è l’uomo/conduttore vestito di tutto punto, mentre al suo fianco la soubrette, qualunque sia la stagione, è sempre mezza nuda. Infine, l’occupazione femminile non arriva neanche al 50%, con gravi danni per la loro affermazione nella nostra società.

La soluzione deve partire dall’alto con politiche tese a selezionare in maniera democratica e trasparente la classe dirigente, a riequilibrare l’immagine della donna in tv, e con incentivi al lavoro femminile, come per esempio gli asili.

Sul tuo blog su “ilfattoquotidiano.it” scrivi: “Vivo in un mondo in cui tette e culi delle veline sono servite ai pasti e la prostituzione in politica è stata dichiarata legittima”. Ma questo, secondo te, è il risultato di profondo maschilismo o della mancanza di un vero femminismo nella nostra società?

La responsabilità è della classe dirigente che insegna a una quattordicenne che il successo facile si può ottenere facendo la velina. La responsabilità della ragazza in questione è minima, perché lei semplicemente recepisce il modello che le viene offerto.

Per me una velina può anche andare in giro nuda, il problema è chi vuole imporre quel modello a tutti, chi ritiene il potere roba sua, che blocca l’informazione e che crede che il corpo femminile debba essere posseduto.

Hai seguito la vicenda di Sakineh. Ora, secondo te, non c’è stata una sorta di strumentalizzazione mediatica della sua figura, sia da una parte che dall’altra?

Non credo ci sia stata una strumentalizzazione. Se Sakineh è ancora viva è grazie – oltre che al fratello e al suo avvocato che per questo sono stati arrestati, probabilmente torturati e non si sa che fine faranno -  all’interessamento di una ONG che ha tirato fuori il caso e che è riuscita a rompere il muro dell’indifferenza dell’opinione pubblica. In questo frangente ben venga il caso mediatico, anzi, bisogna ringraziare che lo si sia fatto uscire.

Avaaz.org, con cui lavoro, ha recentemente lanciato un appello chiedendo agli utenti di inviare la richiesta ai leader mondiali di fermare l’esecuzione di Sakineh, e abbiamo raggiunto quasi un milione di messaggi: questo genere di azioni fa sì che un governo come l’Iran si preoccupi dell’opinione pubblica e della pressione esercitata dai leader, ed eventualmente riveda le sue politiche contro i diritti umani.

D’altra parte, però, occorre ricordare il caso di Teresa Lewis, la donna con ritardo mentale che è stata recentemente giustiziata negli Stati Uniti: io non guardo in faccia a nessuno e credo nella lotta per i diritti umani in tutti gli Stati, anche e a maggior ragione in quelli in cui vige un governo democratico; sono contro ogni pena capitale, ovunque.

Se non è stata fatta una campagna simile per Teresa Lewis, non vuol dire che bisogna lasciar morire Sakineh.

Bisogna combattere contro la pena di morte in tutto il mondo.

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