La sindrome da personalità multipla nell’arte

Mattehew Barney, pittore? Scultore? Regista? Videoartista? In realtà, la risposta a queste domande è tutt’altro che scontata. L’invasione di campo effettuata tra queste categorie è costante nell’opera di Barney, soprattutto se si prendono in considerazione gli ultimissimi sviluppi delle sue ricerche.

L’artista sembra soffrire di una sindrome da personalità multipla dove, di volta in volta, riveste i panni di svariate figure dedite al campo delle arti figurative.

Nato a San Francisco nel 1967, inizia la sua carriera nel mondo dell’arte con alcune performance intitolate Drawing restraint dove, tramite l’ausilio di corde che impediscono un azione fluida, Barney si trova a dover tracciare alcuni segni su supporti. Con questi primi lavori sembra che obiettivo peculiare dell’artista sia quello di confezionare un prodotto finito; questo,mantiene ancora il sapore del disegno, anche se, ovviamente, sono le modalità tramite le quali è stato realizzato a renderlo estremamente attuale e non anacronistico. Le condizioni della creazione sono accuratamente riprese dall’artista tramite videocamera; intravediamo fin dai primi lavori l’ausilio di nuove tecnologie, utilizzate qui per documentare l’azione, ma che saranno  fondamentali nei lavori successivi. In questi lavori, il supporto video serve per documentare l’evento che, tendenzialmente, si svolge senza pubblico, ed è chiamata in causa in quanto testimone oculare di tale avvenimento, conferendo in questo modo maggiore energia e potenza al prodotto finito ovvero al disegno.

Nei lavori successivi, invece, come la saga di Cremaster testimonia, il supporto tecnologico viene utilizzato per riprendere le varie scene e non si pone in funzione di prodotti finiti ma ciò che si imprimerà su pellicola sarà esso stesso prodotto finito, e quindi artistico.

Con Cremaster Cycle (1994-2002) Barney raggiunge un certo grado di notorietà. Il ciclo si presenta come una sorta di rappresentazione enciclopedico-simbolica girata interamente su pellicola ad alta definizione da 35 mm per una durata totale di 300 minuti. Tra le tematiche principali, quella del corpo, evidente fin dal titolo (tradotto in italiano in cremastere, muscolo dei testicoli). Nonostante l’assenza di elementi narrativi, assenza rafforzata anche dalla quasi totale mancanza di dialoghi e dalla non linearità cronologica degli episodi, si possono scorgere in ogni caso dei leitmotiv. Primeggia fra tutti il tema della differenziazione sessuale dell’embrione umano ma anche la mutazione corporale e Post-Human dei vari personaggio: bellissima la sequenza di Cremaster 3, girata al Guggenheim di New York, che vede come protagonisti l’artista e  l’attrice-atleta Amièe Mullin (la quale costituisce il perfetto doppio di Barney) senza gambe fin dall’infanzia, è munita di un paio di protesi di cristallo che, nonostante generino un equilibrio più che mai precario, le conferiscono un’ eleganza tale da porla a metà strada tra il fiabesco e l’inquietante. Sicuramente la rendono qualcosa di post- umano. Anche solo guardando questa breve scena si possono scorgere alcuni elementi rilevanti nella ricerca artistica dell’artista, come ad esempio la messa in discussione del  genere sessuale e dell’identità, ma anche la mutazione fisica e la precarietà; quest’ultimo elemento presente fin dai primi lavori nei quali era l’artista a dover lavorare in condizioni precarie. Questi sono solo alcuni elementi che si possono trovare nella sua opera. Analizzarli tutti in questa sede sarebbe pressoché impossibile. Le immagini riescono in ogni caso a mantenere un appeal straordinario e possono essere guardate anche senza possedere nozioni troppo specifiche cioè  si prestano ad essere fruite anche ad un livello più “passivo”.

In ogni caso, queste splendide immagini convivono con colonne sonore estremamente studiate che rafforzano il ritmo dell’opera; il legame tra colonna sonora ed immagine sarà indagato meglio con Drawing restraint 9. Altro elemento fondamentale è la danza, ma troviamo anche l’architettura, la mitologia, l’attività sportiva, la medicina, la sperimentazione scientifica, la citazione, la simbologia e la violenza. Anche la tematica citazionista è particolarmente rilevante: Barney cita sia alcuni generi di film quali ad esempio gangster, videogioco, mitologico. È quindi una pellicola che riflette anche sul cinema, e riflettendo su stessa specula sui modi di rappresentazione dell’immagine.

Altre citazioni sono però riprese anche dal’arte, infatti, coinvolto nella parte finale di Cremaster3 ci sarà anche Richard Serra il quale riproporrà una sua performance degli anni ’60 che sarà però “aggiornata” al contemporaneo. Inoltre, come non poter scorgere elementi di tangenza anche con il quadro di Khnopff la sfinge quando Amièe Mullin dopo l’abbraccio con Barney si trasforma in un’aggressiva donna leopardo.

Elemento unificatore del tutto è l’artista che, di volta in volta, riesce a far convivere linguaggi diversi ripresi dai più svariati ambiti. La parola arte o prodotto artistico dev’essere ripresa in questo caso non in senso stretto, ma in senso lato. La nuova arte è all’insegna della multidisciplinarità e dei nuovi supporti. Non si accontenta più di rimanere ancorata a vecchie categorie semantiche. L’invasione di campo è stata ormai realizzata.

Forse proprio a partire da Cremaster che Barney tenta di realizzare l’idea di arte totale tanto auspicata dalle avanguardie storiche. Probabilmente ancora più riuscita nel suo ultimo lavoro: Drawing Restraint 9, realizzato in collaborazione della compagna Björk. Quest’ultima sarà protagonista assieme a Barney della pellicole e si occuperà anche della colonna sonora. Interessante la riflessione che fa scaturire una delle ultime scene. Questa, vede implicata la coppia in un unione che si può definire sessuale, spirituale e complementare: i due, tramite gesti che si possono ricollegare ad una certa ritualità, si squartano vicendevolmente le carni fino alla costituzione di un ibrido a metà strada tra l’umano e l’animale; l’essere maschile e femminile si ritrovano qui riuniti per la creazione di un nuovo essere perfetto. Questa riflessione sulla complementarietà dei due generi è realizzata non solo a livello filmico, ma anche reale, grazie alla vera collaborazione della musicista per la composizione musicale. La lettura, in questo caso, è doppia: sia interna alla pellicola, quindi sul piano della finzione, sia all’esterno quindi sul piano della realtà. Il cerchio si chiude!

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