«Lo sapete che un quarto degli animali marini viene a riprodursi nella barriera corallina?».
«Ehi, comincia a piacermi questo posto!».
La possibilità che questa battuta non vi abbia fatto ridere è molto alta: suona fuori posto, svilisce il dato interessante della prima frase ed è scontata come gli incassi miliardari di Avatar.
Cosa pensereste, quindi, se la sentiste pronunciata da un animale marino all’interno di un documentario scientifico dal budget sconfinato? Probabilmente quello che hanno pensato tutti coloro che si sono recati al cinema per vedere gli Oceani 3D di Jacques Cousteau, e si sono invece trovati di fronte a una pantomima narrata da Aldo, Giovanni e Giacomo, la mera parodia di un film nato per stupire, sì, ma anche per informare e sensibilizzare.
Non che sia una novità, nel panorama italiano: basti pensare all’enorme successo de La marcia dei pinguini, un prodotto scientificamente valido, rovinato, nella versione nostrana, dal doppiaggio invadente e fuori luogo («Forti, questi pinguini!») di Fiorello. Né il problema è limitato alla nicchia del docufilm a sfondo scientifico: per fare un esempio, è ancora fresca nella nostra memoria la sorte toccata a Robots. Sembra, insomma, che l’idea di fondo sia che i bambini si possano divertire solo in questo modo («Abbiamo fatto questa scelta per evitare che nel film ci fossero momenti di noia per i più piccoli» si è giustificato Giacomo Poretti), e che gli adulti al seguito vengano attirati solo dal nome famoso sbattuto sulla locandina. Una logica certamente contestabile, ma sottoposta a leggi di mercato che, bisogna riconoscerlo, giustificano la scelta.

Se per un cartone animato per bambini il danno è tutto sommato relativo – di solito ci si trova di fronte “solo” a un doppiaggio scadente – nel caso di un’opera come
Oceani 3D la questione è ancor più complessa. Ad andare perduta, infatti, non è solo la qualità del prodotto, ma il suo stesso spirito. Documentari di questo genere hanno un duplice scopo: da un lato mostrare immagini spettacolari (e dunque intrattenere) come un qualsiasi prodotto hollywoodiano, dall’altro veicolare contenuti scientifici rigorosi e poco noti, per informare, sensibilizzare e, perché no, spingere gli spettatori all’azione a favore del nostro pianeta.
Tutto questo va perduto di fronte alla mannaia della banalizzazione brandita dai produttori italiani, spesso con il benestare (chissà quanto sincero) dei registi originali. Lasciateci dire che è un vero peccato: possibile che in Italia non ci sia altro modo di parlare di natura se non trasformandola in una barzelletta?
Gabriele Ferrari
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