Metamorfismi veneti

RetEventi, il grande Festival della Cultura della Provincia di Treviso, è tornato. Offrirà a tutto il territorio una pluralità di rassegne culturali legate al tema di quest’anno “Metamorfismi. Identità e alterità”. Proiezione ha colto l’occasione per rivolgere qualche domanda a Marzio Favero, Assessore ai Beni Culturali della Provincia di Treviso.

.
D: Viviamo un periodo caratterizzato da cambiamenti continui e vertiginosi. Che tipo di trasformazioni sta subendo il nostro territorio, e come le sta affrontando?

R: La configurazione urbana può essere un buon punto di partenza per studiare i cambiamenti socio-culturali. La strana conformazione di sterminata periferia che il Veneto ha assunto ci vede vivere una situazione simile a quella di molte altre aree evolute europee. Grandi città-regioni, come le chiamano i tedeschi, che hanno una configurazione reticolare. È un fenomeno studiato da sociologi e perfino da antropologi come Marc Augée, che dopo aver studiato i selvaggi, sta cercando di capire cosa succede con quei nastri urbani che stanno imprigionando la campagna all’interno delle maglie della città. Sono trasformazioni che sono connesse poi alla mobilità: di persone, di merci, di idee, attraverso infrastrutture che sono sia materiali sia immateriali. Voglio dire internet, che garantisce l’accesso, da qualsiasi parte del mondo, ad informazioni che vengono erogate in rete da milioni di postazioni e che in qualche modo contribuiscono a determinare un nuovo patrimonio di memorie, conoscenza collettiva, non sempre filtrato, non sempre ben orientato. Siamo in piena fase di cambiamento, insomma, un cambiamento che è lungi dall’essere compiuto. Proprio per questo, nello scegliere un tema per ReteEventi 2010, piuttosto che il termine “metamorfosi” abbiamo deciso di impiegare il termine “metamorfismo”, che è un termine tratto dalla mineralogia e significa “trasformazione nelle strutture dei minerali che avvengono a causa di fattori esogeni”.
.
D: Cosa a suo avviso è necessario trasformare della realtà territoriale? E cosa preservare?

R: Sono convinto che non posiamo continuare ad avere un atteggiamento retrospettivo. È vero, il Veneto di trent’anni fa aveva paesaggi affascinanti, eleganti, in qualche modo conservava la grazia ricercata all’epoca della Serenissima o in epoche addirittura anteriori. In quei bei rustici che oggi vengono recuperati e in cui vanno a vivere unità familiari fatte di tre o quattro persone, quarant’anni fa vivevano anche cinquanta persone. Il cosiddetto “miracolo del Nordest” ha comportato come costo il consumo del territorio, il suo stravolgimento.
.
D: Sarebbe stato possibile crescere in maniera meno “disordinata?

R: Certo, ma in merito a questa riflessione ci sono due atteggiamenti che non condivido: da una parte il tentativo di assolvere quanto è accaduto nel nome del benessere materiale; dall’altro la condanna indiscriminata nei confronti di processi che erano difficilmente gestibili in maniera totalmente scientifica. Certo, avremmo potuto avere una gestione meno disgraziata. Tuttavia, oggi piangere sul latte versato non ha senso. Dobbiamo capire come possiamo vivere in questa metropoli, e quali servizi e quali scelte, in termini architettonici e urbanistici, devono essere effettuati per rendere la metropoli vivibile. Anzi, per rendere la nostra area una metropoli a tutti gli effetti, ovvero città madre in grado di rispondere a tutte le esigenze dei cittadini. Metropoli e area metropolitana sono due cose diverse.
.

D: Tarkovskij (premiato alla 1°edizione del Festival del Film sull’Arte e Biografie d’Artisti, oggi AsoloArtFilmFestival, ndr) ha detto:“Se si esclude dalle attività umane tutto quanto attiene al raggiungimento del profitto, rimarrà soltanto l’arte”.
.
Che ruolo assume oggi l’arte e più in generale la cultura?

Andrei Tarkovsky, 1932-1986, was a Russian filmmaker, producer, actor, and writer

R: La frase di Tarkovskij è elegantissima, e ne capisco bene il senso. Vorrei però rispondere a questa citazione una di Jaques Derrida (filosofo francese, 1930 –2004. È stato fino alla morte direttore di ricerca presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, ndr), che alcuni anni fa scriveva in un saggio: “Là dove c’è il capitale economico c’è anche la capitale culturale”. È proprio da qui che dovremmo partire, per dire che il rapporto tra organizzazione economica e cultura è biunivoco. Non c’è cultura senza finanziamento, e il motore principale della cultura è e rimane il pubblico. Però è vero anche il contrario: non c’è sviluppo economico senza la cultura. Qua si tratta di capire che cosa intendiamo per cultura, cioè cercare di dare una definizione a questo termine. La definizione che io credo sia la più pregante, è quella racchiusa nell’etimo stesso della parola: coltus, ovvero ciò che è coltivato. Ciò che può dare frutto se coltivato. Se è così la cultura non si esaurisce o non può limitare al “possesso di sapere”, all’eruditismo, ma come atteggiamento. Questo significa che la cultura non può essere “fruita” nel tempo libero: bisogna “fare” cultura”, che significa semplicemente predisporre sé stessi ad avere una mente più aperta, cercando nuove soluzioni, nuovi e più profondi livelli di senso. Se è così, il tipo di attività culturale di cui ha bisogno il Veneto in questo momento è soprattutto un’attività che ritorni alla funzione dell’impegno civico, in alternativa alla visione del tempo libero.
.
D: Che cosa significa per il nostro territorio un Festival della Cultura come Rete Eventi?

R: RetEventi è un grande “cavallo di Troia”, perché attraverso i canali dello spettacolo cerca di far passare nel corpo sociale tutta una serie di idee che, come lievito, possano far crescere una visione diversa delle trasformazioni che stiamo vivendo. Trasformazioni che riguardano la sfera familiare, degli affetti, della sessualità…del modo di concepire il paesaggio, di stare al mondo, di affrontare le relazioni internazionali, e via dicendo. È un po’ l’esperienza di AIAF: si occupa di biografie d’artisti? Di cinema d’arte? Di architettura? Bene, tutto ciò ha a che fare anche con la costruzione della qualità della vita e degli spazi stessi del vivere, che possono essere anche gli spazi del vivere domestico: appendere un quadro o portare a casa una scultura significa anche migliorare il contesto di esperienza quotidiana individuale. È come comprare una televisione…è solo che c’è una valenza un po’ più ampia, una densità di significati maggiore. Anche il tema dell’architettura che AIAF affronta non è di secondaria importanza per un’area come la nostra, che in larga parte è di recente costruzione, di bassissimo profilo qualitativo, e ha bisogno oggi di essere reinventata, riqualificata, ristrutturata e ricostruita.
.
D: È possibile a suo avviso che la cultura incontri il grande pubblico, o la sua essenza è e sarà sempre elitaria?

Ben Patterson, ospite all'AsoloArtFilmFestival (XXVII edizione)

R: Per risponderle le faccio un esempio concreto: un festival come l’AsoloArtFilmFestival, che come dicevamo tratta anche l’architettura, potrebbe apparire estremamente di nicchia. Invece può offrire spunti di riflessione che coinvolgono il mondo politico, per esempio, che molto spesso è il committente di grandi opere pubbliche ma, invece di avvalersi del linguaggio dell’architettura, spesso si accontenta di qualcuno che ha “il timbro” per progettare, ma nessuna (o poca) sensibilità estetica. Ecco che in questo caso il messaggio lanciato dal festival avrà ripercussioni positive su tutta la società. Senza contare che oggi le masse popolari hanno prodotto al loro interno una nuova generazione di diplomati e laureati che accedono con libertà ai canali della cultura, rendendo obsoleta l’organizzazione socio culturale che era classica del modello veneto di trenta-quaranta anni fa, dove erano i ceti borghesi a stabilire gusto, orientamento culturale collettivo ecc.. oggi non è più così, perché le elite culturali sono state superate da una forma di intelligenza di massa.

Rating 4.25 out of 5
[?]

Related Posts