Presentazione della rubrica “La verità (in)trovabile
I guerrieri della palude silenziosa (Southern Comfort, 1981) di Walter Hill.
Non è più la giungla urbana newyorkese de I guerrieri della notte (The Warriors – W. Hill, 1979) a costituire l’orizzonte di questa storia di sangue e di morte, ma gli acquitrini melmosi della Louisiana. Questa volta, sono i baldi ragazzotti della Guardia Nazionale che “giocano a fare la guerra”, ma, anche in questo caso, si tratta di una guerra maledettamente seria. Le paludi in cui si avventurano sono troppo simili al Vietnam, perché si tratti di un semplice gioco. Nove di questi giovanotti – un numero che piace a W. Hill, evidentemente, visto che nove sono anche i Warriors nel film di due anni prima – durante un’esercitazione, si improvvisano esploratori e militari, con armi-giocattolo caricate a salve, e si inoltrano nella macchia. Ad attenderli troveranno i cajun, i discendenti dei canadesi francofoni stanziatisi in Louisiana, gelosi dei loro spazi e della loro terra. Ma soprattutto troveranno un territorio ostile, sconosciuto e selvaggio, che sembra volerli fagocitare, come prede, od espellere, come elementi estranei, dannosi, pericolosi per l’equilibrio del sistema/ambiente.
.
Vi è un momento topico e decisivo del film, poco dopo l’inizio, in cui l’apparente stabilità su cui si regge il rapporto fra i (momentanei) colonizzatori e l’inospitale regione in cui si sono inoltrati trova una nota dissonante e stridente, che muta radicalmente l’armonia dell’insieme, dando origine al dipanarsi della tragedia. I nostri ridono, scherzano, cianciano, si prendono cameratescamente in giro, anche se comincia a serpeggiare fin da subito qualche cenno di contrasto, ma anche di intolleranza (vi sono all’interno del gruppo due elementi considerati avulsi, un texano ed un nero, guardati con sospetto). Tutto sembra comunque rientrare nella normale, ancorché pesante, dialettica da caserma. Sembrano ad una scampagnata di un tranquillo weekend.
.
Un ostacolo imprevisto sbarra loro la strada: un ampio e profondo acquitrino, che non risulta segnato sulla mappa del comandante (Peter Coyote). Qualcuno del gruppo ipotizza ironizzando che sia stato “costruito” per bloccare loro il cammino. In realtà, nessuno di loro tiene conto del fatto che quel territorio non è a loro disposizione né sotto il loro controllo. La natura rigogliosa ed indifferente segue il suo ciclo, noncurante delle arroganti pretese di chi proviene dal consesso civile. Solo chi è in grado di adattarsi all’ambiente, obbedendo alle leggi della selezione naturale e della predazione (i cajun), può sopravvivere. È la lotta della conservazione. Chi gioca a fare la guerra, invece, muore.
.
Iniziano ad aleggiare i primi minacciosi presagi. Tracce lasciate dai cacciatori che vivono nelle paludi: un bivacco con alcuni grossi pesci morti appesi, una moltitudine di pelli di animali stese ed un capriolo sventrato. Qualcuno è vicino ed il suo ritorno imminente. Sulla riva dell’acquitrino fanno bella mostra di sé alcune piroghe. I soldati improvvisati stabiliscono di usarne alcune per oltrepassare l’estesa acqua morta e, bontà loro, decidono anche di lasciare un biglietto per avvertire i proprietari. Un messaggio scritto in inglese per persone che, orgogliosamente, parlano solo il francese cajun. Nessun effettivo vettore comunicativo né alcuna fattuale apertura dialogica. I nostri salgono sulle canoe ed iniziano l’attraversamento. L’acqua come elemento simbolico di passaggio e di mutamento radicale per chi decide di non recedere. Intanto, sulla riva che hanno appena lasciato, giungono alcuni individui, i proprietari delle imbarcazioni. Sagome indistinte in campo lungo. Il comandante del drappello tenta, da lontano, di far capire loro che non si tratta di un furto né di un sequestro ed ingiunge ad uno della truppa, che biascica un po’ di francese, di avvertirli. Il soldataccio, per tutta risposta, comincia ad insultare i nativi. Un altro prende la mira col fucile mitragliatore ed esplode una inoffensiva, ma rumorosa, raffica a salve nella loro direzione. Un gioco estremamente divertente. Indossano la divisa, parlano inglese, sono soldati della Guardia Nazionale degli Stati Uniti e si sentono i padroni del mondo. Un’altra inquadratura, ravvicinata questa volta, mostra uno dei cacciatori imbracciare un fucile e prendere la mira in direzione dei militari. Ha capito che i colpi da loro esplosi sono innocui. Non stanno facendo sul serio, si stanno solo divertendo, vogliono solo giocare a fare la guerra. Parte un colpo. Uno solo. Parte anche la testa del comandante del plotone in una piccola nuvola rossa. Game over.
Gian Giacomo Petrone
















English





